Vita quotidiana di una numeraria dell’Opus Dei/Norme, consuetudini, buono spirito

From Opus Dei info

IV. NORME, CONSUETUDINI, BUONO SPIRITO

Il contesto ambientale, quasi geografico - sopra descritto -, nel quale si svolge la vita quotidiana di una numeraria, si trova completato da una mappa psicologica e spirituale che fa da scenario alla sua vita quotidiana.

Contents

Spontaneità

Nell’Opus Dei la spontaneità è vissuta come una virtù direttamente collegata con lo spirito laicale[1] con il quale un membro dell’istituzione ben formato vive la propria vocazione di cristiano in mezzo al mondo. Tale spontaneità viene concepita come una forma, la cui sostanza è costituita dall’immedesimazione di ogni membro, tramite la formazione interna, con consuetudini familiari ereditate da una famiglia concreta - quella del fondatore - e dal primissimo nucleo di coloro che furono le prime vocazioni che si raggrupparono attorno a monsignor Escrivá; da una specifica spiritualità che si incarna in norme di vita di pietà che, vissute lungo l’arco della giornata, permettono di mantenere l’unione con Dio e di avere vita contemplativa; e in criteri di comportamento che vanno a costituire il buono spirito della numeraria ideale, a cui le singole persone, tramite la formazione e la propria lotta ascetica vanno piú o meno avvicinandosi[2].

Norme e consuetudini

Mentre le norme del piano di vita sono codificate nella vita quotidiana di ogni membro dell’istituzione e, per esempio, vengono lette settimanalmente nel circolo breve a cui ogni associata è tenuta ad assistere, le consuetudini sono qualcosa di trasmesso oralmente e, soprattutto, con gli esempi e l’imitazione. La recita della Salve Regina il sabato, la confessione sacramentale settimanale e l’esame di coscienza sono per esempio norme del piano di vita, mentre invece il passare in oratorio per “salutare il Signore” nell’entrare e nell’uscire di casa, l’utilizzo di strumenti di mortificazione corporale, il colloquio settimanale con la direttrice laica sono consuetudini, cosí come lo è lasciare la propria corrispondenza aperta sul tavolo della direttrice perché provveda a inoltrarla dopo averla letta, se lo ritiene opportuno, o il distaccarsi dai regali ricevuti personalmente mettendoli a disposizione perché vengano dati a qualcun’altra che non sia la destinataria originale del dono.

Sia la fedeltà al compimento delle norme che l’osservanza delle consuetudini sono per una numeraria cammino di santità, e costituiscono oggetto di direzione spirituale.

Filiazione

Le numerarie dell’Opus Dei si considerano una famiglia con legami piú forti di quelli di sangue, per usare una frase spesso ripetuta nei mezzi di formazione. Tali legami sono costituiti dall’essere figli dello stesso Padre, il Padre[3], come viene designato per antonomasia, dapprima monsignor Escrivá fino all’anno della sua morte nel 1975, quindi il suo successore, passando il fondatore ad essere designato come nostro Padre. La filiazione al prelato è la base della fraternità fra i membri dell’Opera, e nell’ottica dello spiritualità dell’istituzione è il canale attraverso il quale passa la filiazione a Dio: la volontà di Dio arriva a ogni membro della prelatura attraverso la mediazione del prelato, che trasmette indicazioni, disposizioni, consigli e criteri attraverso i direttori dell’Opera da lui designati; nella direzione opposta, ogni membro dell’Opera dimostra la sua reale ed effettiva filiazione a Dio essendo un buon figlio del prelato nell’Opus Dei, subordinandosi con docilità alle sue indicazioni, pregando e mortificandosi quotidianamente per lui e per le sue intenzioni.

Tutto questo ha una serie di manifestazioni concrete: dall’offerta quotidiana della mortificazione della doccia fredda per il Padre; allo scrivergli periodicamente raccontandogli dei propri progressi interiori e delle proprie azioni apostoliche; al meditare frequentemente, nella propria orazione, i suoi scritti; al portargli - nelle convivenze di Pasqua e Roma - le proprie amiche piú vicine alla vocazione perché possano ricevere dal Padre stesso la spinta finale a pronunciare il proprio “sì”.

Questa filiazione, dopo la morte del fondatore, diventa nei suoi confronti, devozione: ogni associata pratica e cerca di diffondere fra le sue amiche e fra i suoi familiari e conoscenti la devozione al Padre, chiedendogli piccoli e grandi aiuti e mettendo un particolare impegno nel registrare e inviare alla postulazione per la causa di beatificazione il racconto di tali “favori” ricevuti.

Il buono spirito

Col tempo, con la formazione e con la maturazione, sulla base dell’esperienza, di una certa capacità di astrazione, ogni singola associata acquista una sorta di giudizio pratico che le permette di valutare le circostanze concrete in cui agisce e quali siano quindi - in una serie di criteri e di direttive a volte contraddittorî[4] fra loro, nello sforzo di rendere possibile l’elasticità necessaria a una santità cercata in mezzo al mondo - quelle valide nel momento concreto, quelle che le permettono di agire come agirebbe, al suo posto nelle stesse circostanze, il fondatore. Questo giudizio pratico costituisce il cosiddetto buono spirito, una capacità sintetica e pragmatica capace di calare nelle circostanze concrete i criteri opportuni che permettono di agire restando fedeli allo spirito dell’Opus Dei.

Quando di un membro dell’associazione si dice che è una persona di buono spirito, si sta facendo una valutazione globale molto positiva, indicando che al retto criterio e alla solida formazione si uniscono docilità ed identificazione profonda con la mente del Padre e dei direttori, proattività nel voler fare ed essere Opus Dei, capacità di rettificare prontamente quando si accorge di non essere in linea con quanto ci si aspetta da lui, prontezza a fare propri criteri e decisioni che possono riguardarlo piú o meno direttamente anche se può avere difficoltà iniziali nel comprenderle e condividerle, convinzione e iniziativa personale nella lotta contro eventuali conati di spirito critico.

In una numeraria di buono spirito le direttrici centrali possono confidare con tranquillità, ed affidarle incarichi interni di direzione e di formazione con la sicurezza che la delega affidata non verrà disattesa o tradita.

I consigli evangelici nella teoria e nella prassi

Nella formazione data alle vocazioni si sottolinea che i membri dell’Opera non sono religiosi[5], e che pertanto i tre consigli evangelici di povertà, castità ed obbedienza non sono prioritari, nella spiritualità che sono chiamati a vivere, rispetto ad altre virtú soprannaturali ed umane quali la laboriosità, la filiazione divina, la sincerità, eccetera.

Ciò nonostante, di fatto, fino al 1982, anno del riconoscimento dell’Opus Dei come prelatura personale, i membri dell’istituzione erano tenuti a formulare i tre voti in quanto membri di un istituto secolare, e anche in seguito, quando con la prelatura personale questi voti si trasformarono nella formula contrattuale di impegni qualificati, il riferimento esplicito e privilegiato a queste tre virtù rimase intatto.

Povertà

Il criterio per vivere nell’Opus Dei la povertà consiste nella mentalità di un Padre di famiglia numerosa e povera. I membri dell’istituzione si prefiggono di essere cristiani normali in mezzo al mondo, e quindi la loro povertà deve distinguersi da quella dei religiosi, che viene in qualche modo ostentata per la sua natura di segno escatologico. Un Padre di famiglia numerosa e povera non ostenta la propria povertà, anzi cerca di dissimularla con dignità, e questo è lo spirito che deve incarnare ogni numeraria. Pertanto essa si vestirà e si comporterà sempre secondo canoni che le permettano di muoversi con disinvoltura negli ambienti sociali piú diversi, dai piú alti ai piú modesti, ma allo stesso tempo dovrà vivere secondo criteri di profondo distacco e temperanza.

Il distacco è appunto la chiave di lettura dello spirito di povertà che si vive nell’Opera. Con parole del fondatore, la povertà piú che nel non possedere consiste nel non considerare nulla come proprio, e questo criterio costituisce la spiegazione di molte consuetudini che si vivono nell’istituzione.

Una di queste consuetudini è il non possedere nulla economicamente. Ogni numeraria versa alla cassa del centro qualunque provento economico, sia che provenga dal proprio lavoro, che dalla propria famiglia naturale, che da qualunque altra fonte[6], e poi chiede di volta in volta il necessario per le piccole spese della sua vita quotidiana: l’acquisto dei biglietti per l’autobus, o per i francobolli, o per qualche medicinale, per pagare le tasse all’università, per acquistare un paio di calze o una crema cosmetica[7].

Tutto quello che esula dalla normale quotidianità di questo tipo di spese - per le quali è prevista una contabilità di entrate e uscite[8] - , e che pertanto acquista un livello minimo di straordinarietà, viene “consultato”[9] nella direzione spirituale e sottoposto al criterio della direttrice.

Ogni numeraria richiede alla segretaria del centro, che ne mantiene poi una minuziosa contabilità, il denaro necessario alle sue spese ordinarie, e, nel caso, quello per le spese straordinarie autorizzate. Ogni prelievo viene registrato in un foglio personale nel quale sono specificate sia le entrate che le voci di spesa, a seconda che siano di vitto e alloggio, di abbigliamento[10], di viaggi (a questa voce corrispondono eventuali spese di partecipazione a corso annuali e corso di ritiro, mentre invece le spese di partecipazione a convivenze e corsi di ritiro ai quali ci si reca per ragioni apostoliche vengono coperte dagli introiti dell’attività stessa), le spese straordinarie e il denaro dato ad ognuna per le spese ordinarie. A fine mese ogni numeraria è tenuta a consegnare alla propria direttrice la nota spese, un fogliettino sul quale ha annotato l’utilizzo del denaro ricevuto per le proprie spese ordinarie. È di buono spirito far quadrare la propria nota spese, e a volte l’utilizzo che si fa del denaro secondo quanto descritto in questa noticina può essere un argomento da affrontare nel colloquio.

Un’altra consuetudine relativa allo spirito di povertà è quella di non utilizzare mai personalmente i regali che si ricevono. Quando una numeraria riceve un regalo, dai propri genitori o fratelli, da colleghi o amici, lo consegna alla direttrice del centro, che salvo rare eccezioni non lo restituisce alla destinataria originale del dono, ma lo conserva nel magazzino della casa o lo destina direttamente a qualche altra numeraria che possa averne bisogno.

Nell’epoca a cui mi riferisco, non ho mai conosciuto nessuna numeraria che disponesse di un proprio libretto di assegni[11], né di una carta di credito o di un bancomat. Gli unici libretti di assegni erano quelli relativi al conto in banca del centro, ed erano sempre conti a doppia firma, normalmente quella della direttrice e quella della segretaria. In realtà le firme depositate erano tre, ma bastavano due per il prelievo, in modo tale che a turno si poteva assentare una delle tre persone senza bloccare la possibilità di prelevare denaro per le necessità del centro.

Oltre a queste norme, se una numeraria vuole vivere bene la propria donazione, è tenuta ad esaminarsi riguardo a possibili attaccamenti, ed eventualmente a fare un atto di distacco, consegnando alla propria direttrice oggetti di uso personale ai quali si ritiene troppo attaccata. La direttrice, compiuto questo atto di distacco, valuterà di volta in volta se trattenere l’oggetto o restituirlo all’interessata.

In prossimità della festa di san Francesco d’Assisi ogni membro dell’Opera è tenuto a riflettere e a fare esame di coscienza sul proprio spirito di povertà e di distacco. La consuetudine di ispezionare l’armadio di ogni numeraria in questo periodo per valutare l’esistenza di cose superflue non era in verità molto praticata, forse per il fatto che la scarsità dei mezzi di cui disponevano la maggior parte dei centri dava la certezza che la sobrietà fosse vissuta con sufficiente fedeltà.

Castità

Il senso ultimo della virtù della castità è per lo spirito dell’Opus Dei quello di mantenere il cuore intero, indiviso, per Dio. È pertanto una virtù positiva, un’affermazione gioiosa, per dirlo con parole del fondatore, un rinunciare per l’Amore con la maiuscola ai piccoli amori di chi non sa di avere una vocazione soprannaturale.

Ciò nonostante, per chi vive quotidianamente in mezzo al mondo, c’è il continuo pericolo del richiamo esercitato dalla sensualità e dall’affettività che si vedono negate il loro oggetto piú naturale e piú ovvio, e occorre quindi vivere quella prevenzione, quella prudenza che nel lessico dell’Opus Dei - ripresa, comunque, da un’antichissima tradizione ascertica - è indicata come custodia del cuore[12].

Nell’Opus Dei, forse piú che in qualunque altra realtà della Chiesa, le vocazioni maschili vivono, con parole del fondatore, a cinquemila chilometri di distanza dalle vocazioni femminili, meno nel caso, ovviamente, dei membri soprannumerari, molto spesso sposati fra di loro, che comunque frequentano separatamente i rispettivi centri e i mezzi di formazione, i mariti nei centri della sezione maschile, le mogli nei centri della sezione femminile.

Già descrivendo, fra i diversi tipi di centri, le residenze universitarie, avevo descritto le rigide norme che permettono di vivere la separazione fra la sezione femminile e quella maschile. Quando ci si muove fra membri dell’Opera, è relativamente facile l’osservanza di tali norme. Tuttavia l’ascetica propria dell’istituzione richiede una severa custodia del cuore anche nelle altre circostanze della vita quotidiana, fra colleghi e conoscenze di ogni tipo.

Alle numerarie, come ai numerari della sezione maschile, è richiesto di evitare con tutti i mezzi di lavorare abitualmente o anche solo eccezionalmente da sole nella stanza con colleghi di sesso opposto, di fare in modo almeno di lasciare sempre aperta la porta della stanza nella quale si trovano occasionalmente in tali circostanze. Si evita anche di dare o accettare passaggi in automobile con persone di sesso opposto. Se le circostanze professionali in cui si trova ad operare una numeraria arrivassero a rendere seriamente difficoltosa l’osservanza di tali norme di prudenza, si preferisce rinunciare all’esercizio della professione piuttosto che mettere in pericolo la propria scelta di vivere il celibato apostolico.

Anche nel modo di vestire una numeraria, assieme all’ordine, alla cura e perfino all’eleganza richiesta per muoversi senza problemi in ogni tipo di ambiente sociale, deve curare la modestia: evita accuratamente di portare abiti senza maniche, gonne al di sopra del ginocchio, abiti che fasciano troppo la figura o scollati, ed indossa sempre sotto gli abiti tutti i capi di biancheria intima che aiutano ad evitare di evidenziare troppo il proprio fisico. Verso la metà degli anni ’70, quando dappertutto si iniziò a vestire con una maggiore disinvoltura, vennero date le prime indicazioni restrittive riguardanti i costumi da bagno, che dovevano essere sempre interi, possibilmente foderati per evitare che, bagnati, diventassero trasparenti, e tagliati in modo tale da coprire lo scollo delle gambe. Spesso era veramente difficile riuscire a trovare nei negozi costumi di tale foggia.

Una numeraria, inoltre, non portava mai i pantaloni salvo che per praticare qualche sport che lo rendeva quasi obbligatorio (gite in alta montagna, equitazione, ginnastica a corpo libero)[13], e indossava sempre, anche d’estate, le calze per assistere alla messa e alla benedizione eucaristica.

Dopo la morte del fondatore, nel 1975, ci fu una stretta di vite rispetto a molte consuetudini, probabilmente nell’intento, da parte di don Alvaro Del Portillo succeduto a monsignor Escrivá, di tutelare il mantenimento del buono spirito originario. In quell’occasione tornarono in vigore antiche consuetudini di cui avevamo sentito parlare dalle prime vocazioni, mai del tutto cadute in disuso ma rispetto alle quali si era diventati piú tolleranti, e, per esempio, alle direttrici delle delegazioni e dell’assessorato che si riunivano con una certa frequenza con i sacerdoti della commissione regionale - il consigliere, il sacerdote segretario e il direttore spirituale - venne chiesto di indossare sempre abiti con le maniche lunghe fino al polso in tali occasioni.

Oltre che negli abiti, la castità è ricercata anche nei comportamenti e negli atteggiamenti: le numerarie non frequentano abitualmente stabilimenti balneari pubblici o piscine che non siano interne ai centri dell’Opera. Evitano di sdraiarsi per abbronzarsi, mantenendo posizioni piú modeste sedute o appena allungate, ma soprattutto evitando di dedicare troppo tempo a prendere il sole. Anche se non ci sono preclusioni a sedersi accavallando le gambe, si evita accuratamente di farlo durante il circolo breve o quando si sta in oratorio, criterio - quest’ultimo - all’epoca abbondantemente condiviso da tutti anche all’esterno dell’Opera.

Sempre nell’ottica della custodia del cuore, veniva consigliato alle numerarie di non indulgere troppo in coccole o tenerezze verso i bambini piccoli, e un criterio orientato alla custodia del cuore oltre che allo spirito di povertà era quello di evitare di partecipare al matrimonio dei propri familiari, anche di quelli piú stretti. Questa indicazione venne poi rettificata, dato che si giudicò che tale assenza da eventi familiari tanto importanti andava contro lo spirito laicale dell’Opera, e verso la fine degli anni ’80 le numerarie iniziarono a partecipare a queste cerimonie, solo alla celebrazione religiosa, però, continuando ad evitare di partecipare al festeggiamento che seguiva.

Anche i programmi a cui si assiste sono oggetto di grande prudenza da parte delle direttrici, sia per quello che riguarda la custodia del cuore che la purezza dottrinale. Nei centri si fa un uso molto limitato della televisione. Se, nonostante le rare occasioni in cui si assiste ad uno spettacolo, ci si trova inaspettatamente di fronte a scene che possono offendere anche solo remotamente il senso del pudore, non si esita a cambiare canale o interrompere, temporaneamente o definitivamente la visione del programma. Lo stesso accade nella proiezione casalinga di qualche spettacolo cinematografico, e se nel centro si acquista qualche giornale non si esita a usare le forbici per eliminare qualche immagine o qualche testo giudicati troppo procaci, prima di metterlo a disposizione di tutte nel soggiorno[14].

Obbedienza

Mentre da un lato, per la laicità del suo spirito e della sua ascetica, nell’Opus Dei si enfatizza la libertà di cui godono i membri dell’istituzione nel loro agire quotidiano di cristiani in mezzo al mondo, dall’altro il ruolo dello spirito d’obbedienza è fondamentale per raggiungere la santità, scopo della vocazione, e la perseveranza nel cammino[15].

Per vivere con buono spirito l’obbedienza nell’Opus Dei, è necessario compiere su se stessi un lavoro di immedesimazione con le indicazioni che vengono, da parte delle direttrici, appena suggerite o addirittura lasciate spesso implicite, o che comunque una numeraria sa, per la formazione ricevuta, che sono criteri, o applicazioni concrete, del buono spirito[16].

Anche la formazione spirituale continua che ogni numeraria riceve è volta a far sí che ognuna, in prima persona, conosca determinati criteri e lavori su se stessa per adeguarvisi a monte di qualunque attuazione concreta, riducendo cosí al minimo le occasioni in cui si rende necessario chiedere criterio esplicitamente alle direttrici o, peggio ancora, trovarsi ad agire in prima persona secondo criteri che debbano poi essere corretti e rettificati dall’esterno.

Quando un’indicazione, un consiglio di direzione spirituale, un criterio, una correzione fraterna, non trovano nell’anima di una numeraria un’immediata e spontanea accoglienza a causa di una diversità di opinione o di sensibilità, l’obbedienza, per come è intesa nell’Opera, richiede che l’interessata ne faccia oggetto di riflessione e meditazione personali, che ne parli nella direzione spirituale, che preghi per ottenere una comprensione di quanto le viene richiesto, che la porti a farlo proprio con convinzione ed accettazione assolute. Tale adeguamento del proprio criterio a quello dell’istituzione viene considerato come segnale della presenza della libertà personale, indispensabile secondo l’Opus Dei a vivere la virtú dell’obbedienza secondo modalità proprie del cristiano laico.

Quando invece si hanno difficoltà a giungere a tale adeguamento, scatta il pericolo dello spirito critico, che nell’Opus Dei è considerato sinonimo di spirito chiuso e gretto[17].

L’accettare in nome di santa obbedienza - secondo un cliché tipico della vita religiosa - un’indicazione con la quale non si è d’accordo interiormente ed esplicitare tale disaccordo, pur piegandosi all’impegno preso di vivere la virtù, non è considerato nell’Opus Dei un autentico atto di obbedienza.


  1. Come sottolineato spesso nell’Opus Dei, mentre lo spirito religioso è caratterizzato dall’esercizio delle virtú comandate dai voti, lo spirito dell’Opera enfatizza il ruolo della libertá nella ricerca della propria santitá. Molte volte il fondatore sottolineava che i suoi figli sono “liberrimi” e che il comando piú forte, nell’Opera, “è per favore”: “Un por favor, y vamos de cabeza. Es lo más fuerte que tenemos para mandar” (Cronica VII-1966, pag. 58).
  2. “En el Opus Dei, obediencia y espontaneidad son inseparables: cada uno es plenamente responsable de sus propias acciones, no sólo de las que realiza en uso de la completa libertad de que goza en cuestiones profesionales, sociales, etc., sino también de aquellas otras que lleva a cabo al trabajar en la labor apostólica: si no, su obediencia no sería verdadera. Por esto, los fieles de la Prelatura nunca eluden su responsabilidad personal, haciendola recaer sobre sus Directores, o pretendiendo que los Directores asuman cuestiones que no les toca decidir: saben que corresponde a cada uno resolver con plena libertad. “Este rasgo del espíritu de la Obra se manifiesta también en el modo de cumplir los encargos apostólicos: se procura ir dando cuenta detallada a los Directores - con objetividad, claridad y prontitud - de las diversas circunstancias que se presentan en el cumplimiento de la tarea encomendada, sin esperar - con mayor razón cuando el asunto es de cierta importancia - a que se terminen las gestiones. De este modo, el Director sabe continuamente cómo van desarrollándose los acontecimientos, y, en el momento oportuno, puede hacer las indicaciones necesarias, prever más fácilmente posibles dificultades, variar las instrucciones iniciales o incluso - si es aconsejable - desistir de una concreta labor apostúlica. Por su parte, quien ha recibido ese encargo tiene la seguridad - y, por tanto, la paz y la tranquilidad - de no equivocarse, porque está obedeciendo con rectitud y con prudencia; nunca mecánicamente - como un cadáver - sino con un gran sentido de responsabilidad personal” (De spiritu et de piis servandis consuetudinibus, Roma 1990, 31, nota 8).
  3. “Del mismo modo que una familia natural se caracteriza por la sencillez y la llaneza que une y compenetra a todos sus miembros, así también, con el espíritu del Opus Dei, esta sencillez ha de presidir siempre, y en todo, la vida de familia. Con el fine de asegurar mejor este espiritu, se prohíbe usar títulos honoríficos para designar los cargos de dirección. Por esta misma causa, internamente, al Prelado se le llama “Padre”; y los documentos se redactan en estilo familiar” (De spiritu et de piis servandis consuetudinibus, Roma 1990, 67).
  4. La contraddittorietà di molti criteri di “buono spirito” nell’Opus Dei è rilevabile rispetto a molti argomenti. Uno dei piú emblematici è quello dei rapporti con la propria famiglia d’origine, rispetto alla quale un membro dell’Opera è spinto contemporaneamente a portare un affetto teorico ogni giorno maggiore, in considerazione del fatto che la vocazione soprannaturale non può che aumentare il calore dei rapporti umani precedenti: “Si lo nuestro es santificar todo lo humano, no podemos descuidar lo que es tan próximo a cada uno y tan noble como las relaciones familiares. La irrupción de lo divino en nuestra vida no puede restar calor humano a esas relaciones; al contrario, lo natural es que lo aumente. Hemos de querer cada día más a nuestros padres y hermanos, y dar muestras efectivas de ese cariño” (Meditaciones, Tomo I, pag. 241). Inoltre l’Opera spinge i propri membri a pagare il debito di gratitudine verso la famiglia che, con le cure e l’educazione, inculca il seme della vocazione: “Mucho es lo que debemos a nuestros Padres y, en lo humano, imposible de pagar. Nuestra vida proviene de ellos, y frecuentemente el primer germen de la fe, de la piedad y de la vocación, lo han puesto ellos en nuestros corazones” (De nuestro Padre, Crónica VII-60, pag. 12). Si potrebbero moltiplicare le citazioni in questo senso, ma allo stesso tempo sono altrettanto innumerevoli i criteri, mutuati da insegnamenti espliciti del fondatore, che spingevano a vivere un distacco severo e innaturale che difficilmente si coniuga con una vocazione di cristiani normali in mezzo al mondo: “Los numerarios y, según sus circustancias, los agregados no llaman por conferencia para felicitar por el santo de la madre o del Padre, o por acontecimientos semejantes: para evitar ese gasto, procuran escribirles con antelación suficiente” (Glosas sobre la obra de San Miguel, pag. 49). “De ordinario, los numerarios no abandonan sus tareas apostólicas o su lugar de trabajo - sobre todo si el lugar es lejano - , para participar en determinados acontecimientos o sucesos familiares - el matrimonio de un pariente, una primera Misa, etc. -, que ocasionan gastos de tiempo y de dinero que un Padre de familia numerosa y pobre no se puede permitir” (Glosas sobre la obra de San Miguel, pag. 79). “Como en todos hogar, en los Centros se colocan fotografías de familia: de nuestro Padre y del Padre, de los Abuelos y de Tía Carmen” (Vademécum de las sedes de los centros, pag. 17 e 18). “Si, excepcionalmente, después de ponderarlo con detenimiento, se ve preciso realizar un viaje para atender en una necesidad a alguna persona de la familia - estaría fuera de lugar, de modo particular si se vive en otro país, que la finalidad del viaje fuera sólo ir a visitarles -, se concreta el plan - reduciendo al tiempo estrictamente necesario la estancia en el lugar de destino -, y se informa a la Comisión Regional correspondiente del motivo, de la duración de la estancia y de cualquier otro dato de interés (Glosas sobre la obra de san Miguel, pag. 81).
    Allo stesso modo il buono spirito portava a dichiarare la libertá di ogni membro per confessarsi con chi volesse, secondo la prudente dottrina della Chiesa, ma a comportarsi poi con criteri del tutto opposti: “...los miembros del Opus Dei, si de verdad quieren ser fieles, no siguen a un extraño, sino que huyen de él, porque no conocen la voz de los extraños (Ioann. X, 5). ¿Y no podrían ir otros a buscar las ovejas, y apacentarlas bien, y volverlas al redil? ¡No! El Señor nos lo dice terminantemente: alienum autem non sequuntur (Ioann. X, 5), las ovejas no siguen al extraño” (De nuestro Padre, Carta 28-III-1955).
    Osservazioni analoghe si possono fare rispetto ai voti, al testamento richiesto ai soci alla vigilia della propria incorporazione definitiva e al rilievo pubblico da dare alla propria appartenenza all’istituzione. Ulteriori particolari nel sito web www.opuslibros.org, sotto “Tus escritos”, con una serie di articoli dal titolo La doble doctrina del Opus Dei, pubblicati in data 3.3.2005.

  5. “El espíritu y la praxi ascética propia del Opus Dei tienen caracteres específicos, perfectamente determinados, para alcanzar su fin. Este espíritu y esta ascética difieren completamente del espíritu y de las formas de la vida consagrada” (De spiritu et de piis servandis consuetudinibus, Roma 1990, 1).
  6. “Los numerarios y agregados - desde la admisión - asumen libremente la obligación de destinar todos los frutos del proprio trabajo profesional a cubrir sus gastos personales y sostener las necesitades de las labores apostólicas de la Obra... Se consideran frutos del trabajo profesional - que ingresan, como de costumbre, en su Centro - todas las cantidades que, por cualquier título, se reciben como consecuencia de este quehacer: es decir, salario o sueldo, pensiones de jubilación, indemnizaciones por despido, prestaciones percibidas de entidades públicas -seguridad social - oprivadas con motivo de situaciones especiales de enfermedad, accidente, desempleo, etc.” (Glosas sobre la obra de San Miguel, Roma, 29-IX-87, IV. Desprendimiento en el uso de los bienes materiales).
  7. “Para vivir con mayor delicadeza el desasimiento de los bienes materiales, los numerarios y agregados no llevan consigo ni tienen la posibilidad de disponer directamente de cantidades elevadas de dinero. La Comisión Regional determina la cantidad máxima que cada uno lleva habitulamente: una cifra modesta, para hacer frente a los gastos personales ordinarios, como la de un Padre de familia numerosa y pobre. Si, por un imprevisto, alguno se queda sin dinero en una ocasión, esto no hará más que edificar a los demás” (Glosas sobre la obra de San Miguel, Roma, 29-IX-87, IV. Desprendimiento en el uso de los bienes materiales).
  8. “En los Centros en los que viven los numerarios se lleva, por tanto, una sencilla contabilidad, como en cualquier familia, especialmente si es numerosa. Entre los ingresos, figuran los obtenidos por los Numerarios (trabajo, familia, becas, etc.), y lo que entregan por la estancia los transeúntes que pasan más de un día completo en la casa y no son Delegados del Padre, Directores Centrales o Regionales, ni personas que les acompañen. Entre los gastos, se anotan los personales y aquellos otros a los que hacen frente los interesados, en concepto de alojamiento y comida » (Vademecum de las sedes de los Centros, Roma, 6-XII-87, pag. 46-47).
  9. “Consultare” qualcosa con la propria direttrice è un modo di dire - ma soprattutto di agire - molto proprio della forma specifica di vivere l’obbedienza nell’Opus Dei. Una numeraria, per lo piú, non “chiede permessi” perché secondo il buono spirito dell’Opera l’obbedienza, per essere vissuta con spirito secolare e laicale, non porta ad eseguire indicazioni date dall’esterno da qualcun altro, ma a fare propri indicazioni e criteri dello spirito dell’Opus Dei e ad attuarli poi come se fossero nati del tutto autonomamente nel singolo. Quando la formazione interiore giá acquisita, o la novità della situazione, non sono sufficienti ad indicare con prontezza qual è il comportamento corretto da seguire secondo il buono spirito, ci si consulta con il proprio superiore immediato; per soddisfare, però, alla virtú dell’obbedienza secondo la spiritualità propria dell’istituzione, prima di eseguire l’atto oggetto della virtú si deve passare attraverso un’appropriazione personale del criterio per poterlo poi eseguire, come farebbe qualunque laico, in prima persona come se non ci fosse stato bisogno di ricevere un’indicazione esterna. In ogni caso, di fronte a qualche conflitto interiore tra quanto viene indicato e il proprio criterio personale, quello che deve prevalere è lo spirito di obbedienza, perché “…in un’opera di Dio, lo spirito dev’essere obbedire o andarsene” (Cammino, 941).
  10. “Una manifestación práctica de la pobreza es sacar a las cosas todo su rendimiento: muchas veces - como suele suceder en cualquier famiglia - los más jovenes usan trajes, abrigos, o prendas, que están en buen estado, después de haberlos utilizado otra persona mayor. Antes de hacer nuevas compras, se mira qué prendas hay en la casa, por si alguna pudiera servir para quien las necesite. Como suele hecerse en todas las familias, cuando un numerario o agregado tiene que comprar ropa, calzado, etc., le acompaña otro, que pueda aconsejarle prudentemente, aunque sea el interesado quien elija, siempre de acuerdo con las exigencias del espíritu de pobreza y del buen gusto” (Glosas sobre la obra de San Miguel, Roma, 29-IX-87, II. Ambiente de los Centros).
  11. “Hace falta permiso de la Comisión Regional para que el titular de la cuenta - por ejemplo, por residir en una ciudad donde no hay Centro - conserve en su poder los talonarios. En este caso, el interesado entrega mensualmente al Director una nota detallada: basta el extracto del movimiento de la cuenta que le envíe el banco, en el señale el motivo de cada entrada o salida” (Glosas sobre la obra de San Miguel, Roma, 29-IX-87, IV. Desprendimiento en el uso de los bienes materiales).
  12. “Los miembros de la Obra, en sus relaciones sociales y profesionales con personas del otro sexo, viven las normas de prudencia que dictan el sentido sobrenatural y el sentido común cristiano. Así, por ejemplo, con un compañero o compañera de otro sexo no se quedan nunca a solas - ni por razones excepcionales o urgentes - en la oficina, en la clínica, etc.; ni se visitan en sus respectivos domicilios; si han de hacer alguna gestión juntos fuera del lugar habitual de trabajo, nunca van los dos solos, sino que les acompañan también otras personas, o bien se dan cita en el lugar en el que deban hacer ese trabajo ocasional” (De spiritu et de piis servandis consuetudinibus, Roma 1990, 1).
  13. Attualmente questo criterio è cambiato e da alcuni anni le numerarie possono, se lo desiderano, utilizzare questo capo d’abbigliamento.
  14. “...Cierto tipo de revistas, por su contenido o, simplemente, por sus portadas o su información gráfica, no pueden aparecer en las salas de estar, o salitas de recibir, de los Centros, porque desdicen de un ambiente cristiano… Por esto, un miembro del Consejo local se ocupa de revisar las revistas que llegan al Centro -antes de dejarlas en esos lugares de uso común” (Vademecum de las sedes de los Centros, Roma, 6-XII-87, pag. 15).
  15. “Obbedire… cammino sicuro. Obbedire ciecamente al superiore…, cammino di santitá. Obbedire nel tuo apostolato…, l’unico cammino: perché, in un’opera di Dio, lo spirito dev’essere obbedire o andarsene” (Cammino, 941)
    “Sea nuestra obediencia, en la vida espiritual y en el apostolado, como la obediencia de Cristo, que se hizo obediente “hasta la muerte, y muerte de cruz (Phil., II, 8)” (De spiritu et de piis servandis consuetudinibus, Roma 1990, 31).
  16. “Los Directores cuentan con esta disposición nuestra y ordinariamente no nos dirán, no nos concretarán el mandato hasta el último detalle. Nos señalarán lo que hay que hacer, y entonces cada uno, poniendo la cabeza y el corazón, y consultando cuando sea necesario, saca adelante lo que le han encomendado (De nuestro Padre, Crónica XII-66, pag. 12)” (Meditaciones, Tomo IV, Viernes de la XXVI semana del tiempo ordinario, pag. 298).
  17. “El juicio crítico está tan lejos de la obediencia rendida, como de la obediencia inteligente, porque olvida uno de los datos, el más importante: el motivo sobrenatural.… Espiritu critico es sinónimo de espiritu encogido, encarcelado, sin optimismo humano ni fe sobrenatural. La persona con espíritu crítico hace pasar todo por el tamiz de su punto de vista estrecho y parcial” (Meditaciones, Tomo IV, Viernes de la XXVI semana del tiempo ordinario, pag. 298).


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