Vita quotidiana di una numeraria dell’Opus Dei/Gli ambienti della casa

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III. GLI AMBIENTI DELLA CASA

Contents

L’oratorio

Il cuore di ogni centro dell’Opus Dei è l’oratorio[1]. È la stanza che ospita il Santissimo Sacramento, che viene spesso indicato come il padrone di casa. Si cerca di adibire a questo uso la stanza piú bella della casa. Spesso è possibile, aprendo qualche porta, ampliarlo in modo tale da aumentarne la capienza in occasione di qualche celebrazione piú solenne e numerosa. Si evita di designare questo ambiente con il termine cappella, che viene percepito nell’Opera come un termine poco laicale.

È consuetudine affacciarsi in oratorio per una rapida genuflessione, accompagnata interiormente da un giaculatoria come “adoro te devote, latens deitas” entrando ed uscendo dal centro per salutare. È anche un modo per coltivare la presenza di Dio durante la giornata quello di affacciarsi in oratorio per salutare il Signore: o solo una genuflessione, o una visita breve restando qualche istante inginocchiate a un banco vicino alla porta.

Nei centri dell’Opus Dei l’altare, anche dopo l’entrata in vigore delle riforme previste dal Concilio Vaticano II, continua ad essere addossato alla parete centrale o poco discosto da essa, lasciando uno stretto passaggio per le pulizie e la sistemazione degli arredi liturgici. Il sacerdote continua a celebrare rivolgendo le spalle al popolo per evitare di farlo dando le spalle al tabernacolo, dato che alla sensibilità dei soci dell’Opus Dei appare una mancanza di rispetto situare il tabernacolo lateralmente all’altare. Solo per oratori particolarmente grandi di opere corporative importanti e ai quali hanno accesso con frequenza persone non appartenenti all’Opera, vengono studiate soluzioni architettoniche che permettano, pur adottando le riforme stabilite dal concilio, di evitare di dare le spalle al tabernacolo lasciandolo in una posizione centrale. Una delle soluzioni architettoniche che prese piede all’epoca fu quella di costruire una cappella del santissimo sacramento in una stanza posteriore e sopraelevata rispetto all’oratorio, e di porre il tabernacolo dietro una finestra ad oblò che si trova nella parete divisoria fra l’ambiente principale dell’oratorio e la cappellina del tabernacolo. Tale soluzione permetteva, appunto, al sacerdote di celebrare coram populo senza dare le spalle al tabernacolo, che restava in tal modo in una posizione sopraelevata.

Per poter fare l’orazione davanti all’eucarestia esposta anche in mancanza del sacerdote che possa legittimamente aprire il tabernacolo per ostendere la pisside, si adotta volentieri la soluzione di dotare il tabernacolo, dietro alla porticina che dà accesso alla pisside, di una seconda porticina con le ante in cristallo, che lascia quindi vedere l’interno del tabernacolo senza bisogno di aprirlo[2].

L’altare, dunque, si trova sempre nei centri dell’Opera in una posizione centrale. È spesso in legno stuccato, qualche volta in marmo. La parte dell’ara sulla quale si celebra il sacrificio eucaristico è coperta da due tovaglie corte di lino, della misura esatta della superficie che devono ricoprire, ricamate a mano con un orlo a giorno, sovrastate da una tovaglia superiore di uguale larghezza ma che ricade lateralmente fino a pochi centimetri da terra, anch’essa in lino e bordata a mano, semplice per i giorni feriali e ricamata o rifinita in pizzo per le celebrazioni piú solenni[3]. Quest’ultima tovaglia, quando non si celebra, è ricoperta da un copritovaglia corto, spesso in semplice cotone. Nella parte posteriore dell’ara, al centro, si trova il tabernacolo. Lateralmente al tabernacolo restano liberi due spazi lungo i quali vengono disposti, in maniera simmetrica, tre candelieri. Oltre a questi candelieri fissi ce ne sono due piú piccoli, che vengono messi e tolti secondo la necessità, che si accendono per gli atti comuni e per la celebrazione della messa feriale. Le candele sono sempre in cera.

Per la disposizione dei banchi si adottano soluzioni diverse. La piú comune è quella di due file parallele che lasciano un passaggio nel mezzo, ma spesso, se l’ambiente lo consente, viene volentieri adottata una disposizione a coro. Si cerca abitualmente di fare in modo che gli inginocchiatoi e i poggiabraccia siano imbottiti: ogni numeraria trascorre, ogni giorno, qualche ora in oratorio, e la devozione personale e lo spirito di mortificazione spingono a mantenere a lungo la posizione inginocchiata, che viene resa piú sopportabile da questo accorgimento. A ogni modo, per spirito di povertà, che comporta l’evitare di usurare per trascuratezza gli arredi, si fa in modo che tali inginocchiatoi siano ribaltabili, cosicchè si possono appoggiare i piedi senza rovinare l’imbottiture con la suola delle scarpe.

Gli arredi sacri piú importanti, quelli cioè che entrano a diretto contatto con le specie consacrate, saranno sempre in metallo prezioso, oro o almeno argento dorato, qualche volta anche riccamente decorati. Ogni centro dispone di vasi sacri per le celebrazioni feriali e di altri piú ricchi per le celebrazioni festive. I modelli sono sempre molto classici, spesso barocchi. Si evitano accuratamente modelli troppo moderni e l’uso di materiali - anche ricchi - ma non tradizionali. Soprattutto si vuole che il materiale di calice, pisside e patena sia tale da permettere una pulizia profonda, la purificazione del vaso sacro, con batuffoli di cotone intrisi di alcol che verranno poi accuratamente bruciati per evitare la dispersione involontaria di particelle anche minuscole di pane consacrato.

Per gli altri arredi dell’oratorio che non entrano a diretto contatto con le sacre specie - candelieri, spegnicandele, portafiammiferi, campanelli, eccetera - si possono usare metalli meno nobili, meglio se argentati, e per le ampolline si opterà per il cristallo e, qualche rara volta, per l’argento.

Tutti questi arredi sono fatti oggetto di accurata pulizia quotidiana, così come i lini sono sempre scrupolosamente puliti e inamidati.

Anche la chiave del tabernacolo è oggetto di particolare cura e deve essere custodita sotto chiave dal direttore del centro, che generalmente è deputato a portarla sull’altare e a riprenderla al termine della celebrazione[4].

Pareti, soffitto e pavimento sono decorati accuratamente, con maggiore o minore semplicità o ricchezza secondo l’importanza del centro e le risorse economiche di cui si dispone. Di solito si farà uno sforzo maggiore per la ricchezza di tutto l’arredo dell’oratorio nei centri di studi, anche se questi sono centri per loro natura cronicamente deficitari dal punto di vista economico, perché tutto in queste case contribuisce alla formazione allo spirito dell’Opera di chi vi abita. Il piú delle volte la pala d’altare è costituita da un dipinto, spesso realizzato da qualche numeraria con capacità artistiche, con scene del Vangelo, realizzato in modo tale da alimentare la devozione di chi lo guarda.

Su una delle pareti dell’oratorio, in genere vicino alla porta di accesso, è appesa una croce di legno nero opaco, senza crocifisso, di misura variabile, ma il cui rapporto fra i due bracci è esattamente determinato in modo tale da renderla inscrivibile all’interno di una circonferenza come quella dello stemma dell’Opus Dei[5]: la circonferenza rappresenta il mondo campeggiato, appunto, dalla croce che lo abbraccia completamente. Come è spiegato in un punto di Cammino[6], questa croce senza crocifisso rappresenta per ogni numeraria la sua croce personale, quella della sua lotta ascetica e delle circostanze di vita che possono rendere arduo il cammino di ognuna verso la santità. È una devozione raccomandata a tutte quella di baciare frequentemente il legno di questa croce, in atto di accettazione e di amore verso queste croci personali. Davanti a questa croce si celebrano gli atti pubblici delle diverse cerimonie di incorporazione all’Opera.

Adiacente e, possibilmente, direttamente comunicante con l’oratorio c’è la sacrestia, una stanza arredata con un armadio piú o meno grande attrezzato per contenere senza rovinarli i diversi arredi sacri: pianete dei differenti colori liturgici, cappe piviali, camici e cotte, ascigamani, tovaglie e lini, calici, pissidi, l’ostensorio per l’adorazione eucaristica, i conopei, anch’essi di differenti colori liturgici, che abitualmente velano il tabernacolo, oltre a tutti i materiali per apparecchiare la messa e per la pulizia dell’oratorio. Le scope e gli stracci della polvere utilizzate per la pulizia di oratorio e sacrestia sono diversi da quelli utilizzati per il resto della casa.

In tutti i centri della sezione femminile è inoltre prevista l’esistenza di un confessionale che permetta di ricevere il sacramento della penitenza in una situazione di separazione fisica totale fra penitente e sacerdote: solo la voce passa attraverso la fitta rete che sovrasta l’inginocchiatoio della penitente permettendo la comunicazione. La confessione è settimanale, ed è spesso accompagnata dalla direzione spirituale che il sacerdote dà al di fuori del sacramento. Pertanto anche a queste norme si finisce per dedicare un certo tempo, il che consiglia le stesse piccole comodità previste per i banchi: inginocchiatoio imbottito e il miglior isolamento possibile dall’ambiente esterno che permetta di poter parlare con comodità e con la possibilità di potersi capire senza dover fare troppa attenzione al tono della voce. Queste esigenze ispirano le piú diverse soluzioni di arredamento.

La direzione

La direzione è l’ufficio dove lavora la direttrice del centro, in cui si svolgono le riunioni di consiglio locale, in cui si custodiscono i documenti interni dell’Opera e la corrispondenza che ogni centro scambia con la delegazione da cui dipende e con l’assessorato, in cui si custodiscono le chiavi che è responsabilità della direttrice amministrare: quelle dell’armadietto dei medicinali, del mobile della televisione, le chiavi del centro, eccetera. Separatamente da queste chiavi, spesso in un cassetto della scrivania, sono custodite le chiavi del tarbernacolo, chiuse in una scatolina piú o meno preziosa, e le chiavi e i documenti dell’automobile del centro.

Molto spesso, ma non necessariamente, in questa stanza si svolge il circolo breve e si custodisce un armadietto, anch’esso chiuso a chiave, che racchiude i medicinali di primo soccorso.

A seconda della grandezza del centro, e del numero dei locali disponibili, la direttrice dorme in questa stessa stanza, in un divano letto o in un mobile letto che viene aperto alla sera, o in una vera e propria stanza da letto adiacente all’ufficio, in modo tale che possa custodire anche durante la notte quanto affidato alla sua responsabilità.

La segreteria

Mentre la vicedirettrice del consiglio locale non necessariamente dispone di una stanza particolare, la segretaria, come la direttrice, dispone di una stanza specificamente legata al suo ruolo, che è molto spesso ufficio e stanza da letto, sempre utilizzando gli stessi accorgimenti che permettono durante il giorno di utilizzarla indipendentemente dall’uso fatto di notte.

Particolare attenzione si presta alla cassa che custodisce il denaro, custodito sotto doppia chiave: quella della cassa in cui è riposto, e un’altra, che può essere quella dell’armadio o del cassetto in cui il denaro viene riposto. Il segretario ha una chiave; l’altra, il direttore o il vice direttore. Queste chiavi non si portano in tasca[7].

In segreteria sono inoltre custoditi i libri della contabilità, gli archivi di fatture e varie pezze di appoggio ai diversi movimenti contabili e i fogli personali nei quali ogni numeraria annota le proprie entrate e uscite.

Anche quando è il caso di un centro di san Michele, senza alcuna connotazione ufficiale, tutti i movimenti in denaro del centro vengono gestiti come un’amministrazione ufficiale, perché in ogni caso ogni singolo centro risponde davanti alla delegazione, e questa poi all’assessorato che riporterà a sua volta, una volta l’anno, al governo centrale di Roma.

Se non è una stanza troppo piccola e sacrificata, come a volte avviene, qui la segretaria riceverà una o due volte la settimana le numerarie che debbono fare cassa: versare alla cassa del centro le proprie entrate provenienti dal lavoro, da aiuti familiari, eccetera; prelevare le piccole quantità di denaro che ognuna riceve per le proprie spese ordinarie - mezzi di trasporto, francobolli per le spedizioni postali, un paio di calze o qualche articolo di profumeria - o qualche somma, debitamente autorizzata, per le spese straordinarie: un libro universitario, un capo di vestiario, un viaggio, eccetera. Queste somme ricevute, e che ogni numeraria non considera proprie ma elargitele dall’Opera, verranno da ognuna giustificate a fine mese in un resoconto dettagliato, la nota spese[8], che ognuna consegna alla persona con cui fa il proprio colloquio[9].

L’amministrazione

L’amministrazione, piú che una stanza, è una zona della casa costituita a sua volta da una serie di ambienti.

In un centro dell’Opus Dei per amministrazione si intende tutto ciò che ha a che vedere con la cura materiale - ma con importanti ricadute spirituali, nella mente del fondatore - dei centri dell’Opera. Chi lavora nell’amministrazione ha la responsabilità di far sì che nell’Opera ci si senta in famiglia, curati, perfino coccolati quando una malattia o qualche altra situazione particolare renda consigliabile mitigare le esigenze ascetiche della donazione. È inoltre responsabilità dell’amministrazione far sì che nei centri tutte queste cure e attenzioni siano rese compatibili con la virtù della povertà, così come viene intesa dalla spiritualità specifica dell’Opus Dei: distacco, piú che mancanza di qualcosa; evitare gli sprechi dovuti a capricci e disattenzioni; non considerare le cose come proprie; applicare in ogni cosa il criterio che applicherebbe una madre di famiglia numerosa e povera.

Gli ambienti fondamentali per svolgere l’attività propria dell’amministrazione sono la cucina, a cui è annessa una dispensa piú o meno spaziosa, che serve a custodire le scorte dato che, per ovvie ragioni di risparmio e di povertà, si cerca di fare la spesa all’ingrosso tutte le volte che è possibile; l’office, che costituisce un riferimento sia per il servizio a tavola (per esempio, durante i pasti, le persone che lavorano in cucina passano a chi svolge il servizio a tavola i piatti di portata già pronti) e per la preparazione di aperitivi, merende, dessert, eccetera; la sala da pranzo, che pur essendo un ambiente in comune fra la residenza e l’amministrazione, nelle ore in cui non è utilizzata viene abitualmente tenuta aperta dalla parte dell’amministrazione; e infine la lavanderia e la stireria. Quest’ultimo ambiente, di solito piuttosto ampio dato che ospita gli armadi in cui si custodisce tutta la biancheria della casa, e quella personale che viene pulita e restituita con ritmi settimanali, viene spesso utilizzato come sala di soggiorno dal personale operativo dell’amministrazione.

Il soggiorno

Il soggiorno è un ambiente molto importante in ogni centro dell’Opus Dei, data la centralità che la vita di famiglia ha, al pari del compimento delle norme del piano di vita e dell’apostolato, nell’ascetica dell’istituzione.

Normalmente è arredato con divani e poltrone accoglienti, e spesso con tappeti e cuscini che permettono di aggiungere posti improvvisati a fronte di riunioni piú numerose. Con l’oratorio e la direzione, è uno degli ambienti del centro abitualmente aperti alle persone non dell’Opera che frequentano il centro.

Mobili e complementi sono allegri e calorosi, non troppo formali anche se accuratamente studiati e affiancati. Qualche dettaglio - un ritratto fotografico dei parenti del fondatore, le paperelle e gli asinelli a cui questi faceva spesso riferimento nei suoi scritti e nei suoi discorsi per alludere all’audacia di buttarsi a nuotare senza addestramento e alla pazienza e alla fortezza - serve a dare un tono intimo e familiare, e un ambientamento legato alla realtà geografica del centro serve ad aumentare la naturalezza e la spontaneità con cui chiunque entra ed usa la stanza riesce a sentirsi a casa sua. L’unica differenza immediatamente percepibile da chi entra nel soggiorno di un centro dell’Opus Dei rispetto al soggiorno di qualunque altra casa di una famiglia qualunque è che, qui come in ogni altro ambiente del centro, regna un ordine scrupoloso e senza eccezioni.

Salottini

In tutti i centri in cui vivono numerarie alcune stanze vengono arredate in modo tale da facilitare gli incontri personali in cui ogni associata pratica il proprio apostolato personale di amicizia e confidenza. Pertanto al momento di progettare l’arredamento di ogni centro si prevederanno almeno uno o, ancor meglio, vari di questi ambienti: stanze non necessariamente ampie, ma arredate con cura, nelle quali sia possibile sedersi comodamente a parlare in un ambiente intimo e accogliente. Queste stesse stanze vengono utilizzate per lo svolgimento di alcuni mezzi di formazione: circoli, lezioni dottrinali, lezioni sullo spirito dell’Opera alle vocazioni recenti, eccetera.

La sala di studio

La sala di studio è un altro ambiente fondamentale per lo svolgimento dell’attività apostolica. Pertanto sarà sempre presente nei centri aperti alle attività apostoliche e in quelli in cui vivono numerarie che studiano, mentre invece mancano nei centri di san Michele e in quelli in cui si svolge attività di direzione.

Normalmente si destinano a tale scopo ambienti ampi. Lungo le pareti solide e spaziose librerie, a giorno per i libri di consultazione e per gli scaffali su cui appoggiare il materiale di studio di ognuna, e ad ante chiuse a chiave per i libri di consultazione della biblioteca. Al centro della stanza vengono disposti tavoli, anch’essi comodi e spaziosi, che abitualmente accolgono dalle quattro alle sei persone ciascuno, ognuno illuminato, oltre che dalla luce centrale, da punti soffusi che permettono la concentrazione. Entrando in una di queste sale di studio, è abituale trovare varie ragazze, numerarie e loro amiche, che studiano in silenzio, con davanti un’immagine sacra - il crocifisso, una raffigurazione della Madonna, la foto del Padre - per aiutarsi a soprannaturalizzare il proprio lavoro.

In determinate occasioni - conferenze o attività culturali di vario tipo - la sala di studio può essere utilizzata per accogliere un uditorio specialmente numeroso.

Le stanze da letto

La stanza da letto di una numeraria è la stanza della casa nella quale, piú che altrove, è difficile che entri qualche estraneo, soprattutto se non appartiene all’istituzione.

Tutte le volte che è possibile le stanze da letto sono singole: questo permette di vivere al meglio il raccoglimento del tempo notturno, la modestia personale, la responsabilità dell’ordine e della povertà, e soprattutto permette di evitare familiarità con le altre che potrebbero portare ad amicizie personali troppo intime, che vengono indicate nell’ascetica dell’Opera, con una connotazione negativa e riprendente un’espressione abituale nella storia della vita religiosa, come amicizie particolari.

Quando la struttura del centro non permette di dare a ognuna una stanza da letto personale, il numero di posti letto ospitati in ogni stanza sarà sempre dispari.

Una numeraria dorme senza materasso fino al compimento dei cinquant’anni[10], direttamente su un asse di legno su cui è posta una coperta di lana messa doppia. Su questa coperta viene rifatto il letto normalmente, con lenzuola e con il numero di coperte richiesto dal clima e dalla stagione, e con un normale cuscino che però, una volta alla settimana, nella notte che precede il giorno di guardia[11], viene eliminato o sostituito con un sostegno duro, normalmente un libro, come pratica aggiuntiva di penitenza.

La consuetudine di dormire senza materasso ha, tra l’altro, i suoi vantaggi pratici: può capitare con una certa frequenza che, nell’impossibilità di disporre di un letto vero e proprio, una numeraria dorma durante un’epoca della propria vita su un tavolo, magari in una stanza che di giorno funge da sala di studio, o se la presenza di un parquet lo permette, direttamente per terra. La mattina, rifatto il letto, è molto agevole avvolgere in un rotolo di piccole dimensioni coperte e lenzuoli già pronti per essere poi ristesi e utilizzati, e riporli in uno spazio ridotto Nei primi anni di vocazione tali eventuali disagi vengono vissuti con un’allegra disinvoltura; successivamente si cerca di evitare che persone piú adulte si trovino ad affrontare scomodità del genere, anche se nei racconti dei primi tempi ricorrenti nelle tertulie si narra della dedizione con cui, in ogni nazione, le prime hanno affrontato disagi e scomodità dovuti all’estrema povertà degli inizi.

Oltre al letto, nella stanza si dispone di un armadio, mai troppo grande dato che, per spirito di povertà, ogni numeraria dispone di un guardaroba non abbondante anche se completo e di buona qualità, e di un comodino sul quale si appoggia spesso il proprio crocifisso quando non lo si utilizza, e una bottiglietta che contiene l’acqua benedetta con la quale aspergere il proprio letto la sera prima di coricarsi.

Le numerarie non tengono, nelle loro stanze, foto dei loro familiari, neppure quando hanno una stanza singola, perché la loro famiglia è l’Opera[12].

Al di là di queste suppellettili, si potranno trovare altri complementi d’arredo volti a dare alla stanza un aspetto gradevole e familiare (tavoli e sedie, una poltrona, qualche scaffale, eccetera) ma che possono di volta in volta venire a mancare senza causare seri problemi, dato che la stanza da letto resta, nella giornata di una numeraria, sostanzialmente una stanza nella quale si trascorrono le sole ore notturne[13], e che spesso non è utilizzabile dalla sua inquilina durante la giornata per essere adibita ad altre funzioni.

Centralino e portineria

Il servizio di centralino e portineria non è, nei centri dell’Opus Dei, un servizio di poca importanza, seguendo in questo le raccomandazioni del fondatore[14].

A seconda dell’ampiezza del centro, al servizio di centralino e di portineria possono venire destinati locali piú o meno definiti. In un centro di san Michele dove vivono poche numerarie e dove il lavoro apostolico con esterne è poco o nullo, ci si limita a dare l’incarico a una persona perché prenda le telefonate e riferisca alle assenti, e di fatto questo incarico verrà vissuto con molta elasticità e con un’ampia delega. Al contrario, la responsabilità di filtrare e controllare i contatti con l’esterno del centro sarà vissuta con maggiore precauzioni nei centri grandi: residenze universitarie, centri di studi, club di liceali, centri di governo. Tutte le volte che questo è possibile, specialmente nel caso di centri dove si svolgono attività di governo, è l’amministrazione che rende questo servizio.

Quando la posta viene recapitata al centro, viene consegnata dalla portineria in direzione. È la direttrice che consegnerà alle singole destinatarie le lettere loro indirizzate, dopo aver aperto le buste e, se lo considera opportuno, aver letto per prima il contenuto del messaggio. Allo stesso modo, le lettere pronte da inoltrare vengono lasciate aperte sul tavolo della direttrice, che provvede, nel caso, a leggerle, e quindi a chiuderle e a spedirle[15]. Non è infrequente che la direttrice richiami e dia indicazioni riguardo al contenuto della posta. Tali indicazioni riguardano soprattutto la positività e il senso soprannaturale dei contenuti, dato che è considerato di cattivo spirito fare critiche o commenti negativi[16], l’opportunità di comunicare o meno, piuttosto che di enfatizzare, determinate notizie riguardanti l’Opera; il tono apostolico, eccetera.


  1. “Por evidentes razones de delicadeza sobrenatural y humana, desde los comienzos de la Obra, al instalar los Centros, y siempre, lo primero es el oratorio - el sagrario -; después, la Administración, y, en tercer lugar, el resto. Cualquier otro planteamiento supondría un desorden, que no sería grato a Dios” (Vademecum de la sedes de los Centro, Roma, 6-XII-87, pag. 8-9).
  2. “En los Centros donde el sagrario tiene puerta interna de cristal, se usa con frecuencia la facultad concedida por la Santa Sede de abrir la puerta metálica, porque contribuye a aumentar la devoción al Santísimo Sacramento: concretamente, cuando los asistentes son miembros de la Obra, se pueden abrir las puertas que ocultan las de cristal, todos los jueves durante la oración de la mañana y, si se desea, también otro día de la semana” (De Spiritu et de piis servandis consuetudinibus, Roma 1990, 77, nota 36).
  3. Tutti i criteri concreti secondo i quali si è soliti curare l’oratorio sono contenuti in un documento, chiamato Prassi di oratorio, che è un compendio di criteri dati dal fondatore e di esperienze raccolte nel tempo dalle varie numerarie che si occupavano di questo incarico.
  4. “La llave del sagrario se guarda en una caja digna, forrada por dentro con terciopelo, moiré, etc., que el Director del Centro custodia bajo llave (también el duplicado). Inmediatamente antes de comenzar un acto litúrgico en el que se ha de abrir el sagrario, se coloca la caja sobre el altar, junto al tabernáculo; y en cuanto se termina, se devuelve a su sitio. Generalmente, el Director se ocupa de llevar y recoger la llave” (Vademecum de las sedes de los Centros, Roma 6-XII-87, pag. 26). Inoltre: “Las llaves de todos los sagrarios de los Centros de la Prelatura, han de tener una cadena, de la que cuelga una medalla de San José, con la inscripción: Ite ad Ioseph” (De spiritu et de piis servandis consuetudinibus, Roma 1990, 94).
  5. “Donde tres o más fieles del Opus Dei hacen vida en familia, se coloca una cruz de color negro y sin imagen del Crucificado, en un lugar conveniente y digno” (De spiritu et de piis servandis consuetudinibus, Roma 1990, 81).
  6. “Quando vedi una povera Croce di legno, sola, senza importanza e senza valore… e senza Crocifisso, non dimenticare che quella Croce è la tua Croce: quella d’ogni giorno, quella nascosta, senza splendore e senza consolazione…, che sta aspettando il Crocifisso che le manca: e quel Crocifisso devi essere tu” (Cammino, 178).
  7. “El dinero se guarda sólo en la caja correspondiente, custodiada bajo doble llave: la de la caja, y otra, que puede ser la del armario o del cajón de la mesa en donde está. Tiene una llave el Secretario; y la otra, el Director o un Subdirector. Cuando alguno de éstos se ausenta de la ciudad, entrega la llave al miembro dignior del Consejo local. Estas llaves no se llevan en los bolsillos » (Vademecum de las sedes de los Centros, Roma, 6-XII-87, pag. 48).
  8. “Como manifestación práctica de su desprendimiento de los bienes materiales y de la virtud cristiana de la pobreza, cada numerario y agregado lleva una nota personal donde apunta sus gastos ordinarios y las cantidades que retira con este fin. El Consejo local revisa periódicamente esas notas mensuales” (Glosas sobre la obra de San Miguel, Roma, 29-IX-87, IV. Desprendimiento en el uso de los bienes materiales).
  9. A proposito del colloquio, v. infra.
  10. La consuetudine di dormire sul legno viene vissuta, nell’Opus Dei, esclusivamente dalle numerarie. Né le aggregate, né le numerarie ausiliari, né i numerari della sezione maschile praticano tale penitenza, anche se tutte queste altre categorie di membri dell’Opera praticano la consuetudine di dormire sul legno e senza cuscino nella notte che precede la notte di guardia. Nel periodo dai quarantacinque ai cinquant’anni ognuna è libera di scegliere se continuare a dormire sul legno o se iniziare a utilizzare un normale materasso. Inoltre il materasso viene utilizzato durante i corsi annuali e i corsi di ritiro, e ogni qualvolta una numeraria resta a letto ammalata.
  11. Per la consuetudine del giorno di guardia, v. infra.
  12. “...Como manifestación patente de que su familia es la Obra, los numerarios no dejan a la vista fotografias o retratos de sus parientes en las habitaciones personales de los Centros; conservan estas fotos en la intimidad, si lo desean” (Vademecum de las sedes de los Centros, Roma, 6-XII-87, pag.17-18).
  13. Nell’Opus Dei, per spirito di mortificazione e per utilizzare al meglio il proprio tempo, non si riposa mai durante il pomeriggio, se non in casi rari ed eccezionali - malattie, ritorno da viaggi faticosi, eccetera -, che devono comunque essere autorizzati di volta in volta dalla direttrice del centro.
  14. “Nuestro Padre subrayó siempre la importancia de atender muy bien los servicios de portería, correo, teléfonos y visitas. En los Centros donde la administración no se ocupa de la portería, se adoptan las medidas necesarias para que funcione debidamente: con eficacia y con sentido de responsabilidad. Se encarga de abrir la puerta o de contestar a las llamadas telefónicas un miembro de la Obra que, siguiendo las instrucciones del Consejo local, cumpla bien esa tarea: así se asegura siempre que no se pierde ninguna carta; que el correo llega inmediatamente al Director; …que se transmiten los encargos; etc.” (Vademecum de las sedes de los Centros, Roma, 6-XII-87, pag. 25-26).
  15. “...Cada uno decide en conciencia si debe o no enseñar la carta al Director del Centro, teniendo en cuenta que - sin duda - le puede ayudar en su vida espiritual enseñar aquellas cartas cuyo contenido no le gustaría que otros conocieran, excluidas, como es lógico, las que se refieren estrictamente a cuestiones de su trabajo profesional.
    “Los Directores, por su parte, tienen el derecho y el deber de evitar que lleguen a los miembros de la Obra escritos, cartas, etc., que, de algún modo, puedan causar daño a quienes las reciben, vengan de donde vengan. Por esto, entregar una carta abierta, o haberla leydo antes, no constituye nunca una prueba de desconfianza: manifiesta sólo el deseo de evitar un perjuicio, una razón ascética o una medida práctica de ayuda en la labor de formación espiritual.
    “Los Directores locales, sin embargo, no abren ordinariamente las cartas que reciben los Electores, los Inscritos y, en general, los que ya hicieron la fidelidad. Alguna vez, sin embargo - como muestra de sujeción y de obediencia -, se entrega al interesado la carta abierta: y esto, aunque quizá no se haya leído. Durante alguna temporada concreta, el Director abre y lee la correspondencia de todos. El Subdirector del Centro se ocupa de las cartas dirigidas a quien hace cabeza” (Glosas sobre la obra de San Miguel, Roma, 29-IX-87, VII. Correspondencia).

  16. “Non fare critica negativa: se non puoi lodare, taci” (Cammino, 443).


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