Ricostruzione

From Opus Dei info

(18 anni nell'Opus Dei)

Autore: Elena Longo


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Prologo

Il nucleo originario di questo racconto è stato effettivamente scritto nei primi giorni di settembre di quattro anni fa.

Da allora l'ho ripreso e rielaborato più volte, e questo mi ha aiutato a metabolizzare l'esperienza che racconto, e di conseguenza a riparare in parte i danni che me ne sono derivati.

Non ho voluto citare il nome di nessuna delle persone dell'Opus Dei che ho conosciuto, ma tutte potrebbero sicuramente riconoscersi nell'improbabile ipotesi che leggano queste pagine. Dalla stesura originale del racconto, avvenuta come un momento di sfogo e di ricostruzione di un passato quasi rimosso a livello cosciente, ma che continuava ad agitarmisi dentro, ho tolto in un secondo momento quelle parti che riguardavano troppo intimamente la vita di altre persone che si sono trovate coinvolte inconsapevolmente nella mia biografia, mentre invece ho cercato di approfondire le ragioni e di spiegare i fatti che racconto.

La prima redazione di questa biografia è uscita dalla mia penna dopo più di dieci anni che avevo lasciato l'Opera. A quell'epoca non avevo ancora mai letto nessun libro né nessun articolo critici nei confronti dell'istituzione. Le critiche che muovo, la lettura che opero di fatti ed avvenimenti, mi era maturata dentro da sola, grazie al solo cambiamento dello stile di vita, all'esperienza fatta in prima persona per risolvere autonomamente i problemi della vita di tutti i giorni, alla psicoterapia e alle tante letture che finalmente non mi erano più precluse dalla censura interna.

Negli ultimi tempi, al contrario, ho avuto l'opportunità di leggere parecchi libri e testimonianze di persone nelle mie condizioni, e quasi ogni volta mi stupivo di trovare tanti punti in comune non solo sulle esperienze concrete vissute all'interno dell'Opera ma anche sulle riflessioni che ne maturavano negli anni successivi, man mano che si vanno prendendo le distanze e si acquista autonomia di pensiero e di giudizio.

In questo mio racconto biografico ho cercato di enfatizzare soprattutto il "prima" e il "dopo" Opus Dei: quelle circostanze educative e familiari che hanno reso possibile che, con maggiore o minor consenso da parte mia, l'Opera entrasse nella mia vita, e le circostanze che hanno poi reso possibile che, col passare del tempo, la mia vita si emancipasse dagli strascichi ideologici lasciati dentro di me dalla formazione ricevuta, permettendomi così di recuperare una mia più autentica personalità.

E questo non per giudicare e distribuire colpe a me stessa o agli altri, ma per assumermi più efficacemente la responsabilità del mio cambiamento e, forse, evitare a qualcun altro di passare per le stesse esperienze.

Presagi

Sono nata nel 1955 e cresciuta in una famiglia della media borghesia. Mio papà era un impiegato parastatale e mia mamma una maestra elementare. Io ero la maggiore di tre fratelli. Quando avevo 19 anni è nato un quarto fratello, ma essendo io già fuori di casa, non ho convissuto con lui se non negli ultimi anni.

Ho un carattere allegro ed estroverso, che adesso ritrovo in mia figlia, che anche secondo mia madre mi somiglia molto (lei ora ha 6 anni).

Il ricordo che ho della mia infanzia non è molto sereno. Mio padre, pur essendo un uomo fondamentalmente buono e retto, e credendo di fare il meglio per noi, mi ha fatto crescere oppressa dalla sua possessività, dalla sua ansia e dai suoi alti e bassi di umore. Lo percepivo sempre pauroso di perdere l'affetto di noi figli verso di lui, che qualcuno gli rubasse il posto unico che voleva avere nel nostro cuore. Non ci ha mai permesso di frequentare molto le case dei compagni di scuola. Quando io ero piccola, questo accadeva meno di frequente di quanto non accada adesso, ma era pur sempre normale, per dei bambini, incontrarsi ogni tanto. Mi rimproverava se mi guardavo troppo spesso allo specchio; era geloso delle sorelle di mia madre, presso le quali ci lasciavano in un periodo in cui i nonni erano ammalati.

Fin da piccola ero talmente appassionata alla lettura che prima di aver terminato le scuole medie avevo già letto da sola "I fratelli Karamazov" ed "I promessi Sposi", così, per gusto mio, oltre a decine di altri libri, più o meno adatti alla mia età, e lui era talmente preoccupato di questa mia voracità intellettuale che mi proibiva di leggere senza il suo permesso per cercare di arginare la mia intemperanza.

Quelle che sto dando sono solo pennellate di ricordi infantili, ma possono aiutare a capire come mi sentissi negli anni delle elementari e delle medie. Ricordo la sensazione di una enorme energia interiore, che non sapevo bene come incanalare, di un grande entusiasmo senza un oggetto proprio.

Dato il controllo ravvicinato che mio padre esercitava sulle mie letture, cercavo di tenermi su testi su cui sapevo che non avrebbe trovato da ridire, e fu così che cominciai a leggere molti romanzi sui primi cristiani. Come un piccolo Don Chisciotte vivevo in un mondo tutto mio, in cui io ero l'eroina perseguitata e mio padre, nel suo impedirmi di fare esperienza diretta del mondo fuori dalla porta di casa, era un imperatore romano molto verosimile. Verso i dodici, tredici anni, sarebbe stato naturale per me cominciare a frequentare ragazzi dell'altro sesso, ma mio padre era troppo severo su questo argomento e le scuole fino alla fine della terza media, alla fine degli anni '60, non me ne offrivano l'opportunità. Qualunque pulsione sessuale, anche la più innocente e platonica, sotto l'influenza dei criteri di mio padre, la percepivo come qualcosa di improprio e di poco corretto, e questo faceva a pugni col mio modo di essere affettuoso, estroverso, pieno di entusiasmo e di fiducia verso gli altri.

A causa di questo contrasto fra il mio modo di essere e le difficoltà che mi venivano dall'ambiente familiare, credo che in quegli anni dentro di me si operasse una forte sublimazione: si accentuò una certa naturale attrazione verso la dimensione religiosa della vita, un'attrazione caratterizzata da una forte componente estetica. Mi attraeva la penombra delle chiese, la figura e l'abito severo delle suore, tutto quello che aveva a che vedere con il sacrificio e con l'abnegazione. Finii per investire nell'ideale di seguire Cristo da vicino tutte quelle forze che, se lasciate a se stesse, si sarebbero probabilmente orientate verso un oggetto più proprio. Non credo che questo tolga nulla alla sincerità dei miei sentimenti, ma spiega bene quanto di deformato ci sarebbe poi stato in tante mie scelte e in tanti miei comportamenti.

Quegli anni '70 erano anni di fuoco per i giovani. La contestazione era appena scesa dall'Università, dove era nata nel '68, ai licei. Quando cominciai a frequentare il liceo mi trovai per la prima volta in un ambiente misto di ragazzi e ragazze. Avevo un professore di lettere di grandissimo fascino ed estraparlamentare di sinistra. Fortemente anticlericale, trovò in me l'unica di tutta la classe che avesse il coraggio (e il gusto segreto, perché continuavo nei miei giochini mentali ai "primi cristiani") di contrastarlo e di tenergli testa. Se ci riuscivo, era un successo, se non ci riuscivo, mi sentivo un'eroina perseguitata e quindi andava bene lo stesso.

Ragazzi e ragazze facevano le prime prove amorose, ma io ne ero esclusa a causa della severità di mio padre, che mi impediva di frequentare i compagni al di fuori della scuola. Tutto era sempre rimandato a quando fossi stata "più grande", e ancor oggi, alla mia età, invece di seguire la tendenza comune a nascondersi o abbassarsi gli anni, sento il bisogno di dichiararli con una sorta di fierezza, come a comprovare il mio diritto ad essere considerata adulta. Non potendo impegnarmi più di tanto sul lato affettivo e sentimentale, cominciai a far leva sulle mie doti intellettuali per guadagnare consensi, di cui ero affamata.

Uno dei timori di mio padre, credo, era quello di "perdere il controllo" dei suoi figli. Col passare del tempo ho capito che era fiero e soddisfatto di me e dei miei fratelli, ma non ce lo dimostrava troppo per paura che, facendolo, avrebbe perso il potere di esigerci sempre di più. Questa timore di perdere il controllo, e la sua personalità straripante, hanno fatto di me una persona insicura, e per quanto avessi più che discreti risultati a scuola e riuscissi con facilità ad allacciare nuovi rapporti con i miei coetanei, ho sempre continuato ad avere paura di non essere all'altezza delle situazioni, di non essere abbastanza brava, o abbastanza grande, o abbastanza educata o informata… Avevo comunque l'intelligenza sufficiente per costruirmi le mie difese comportamentali, e dall'esterno credo che dessi l'impressione di una ragazzina sicura di sé e, a modo suo, anticonformista.

Purtroppo, quando ad una ragazzina di dodici, tredici, quattordici anni, un genitore continua ad esigere che obbedisca ciecamente ai suoi criteri morali, sociali e di comportamento senza invece cercare di sollecitare la sua capacità di ascoltare la propria rettitudine interiore (peraltro coltivata da un'educazione prudente e sollecita negli anni della prima infanzia); quando un padre, pur con l'ottima intenzione di preservare la figlia da esperienze negative o dolorose, vuole avere sempre e comunque l'ultima parola su ogni scelta senza saper accettare il rischio di qualche piccolo errore nella figlia per consentirle di apprendere anche dall'esperienza personale, molto probabilmente accanto ad un crescente sentimento di ribellione si alimenta nell'animo di quella ragazzina la convinzione inconsapevole che le verità rispetto a se stessa, alla vita, al suo futuro, le debbano venire dall'esterno; non può, e nemmeno deve, cercarle all'interno di se stessa, della sua coscienza rettamente formata. Viene contrabbandata dentro di lei l'idea che la propria interiorità sia fonte di inganno, che il peccato originale -a cui si faceva frequente allusione in una determinata pastorale frequente in quegli anni nei quali gli insegnamenti del Concilio ancora non erano stati divulgati- ci possa rendere facili vittime di miraggi e di inganni, e che la certezza dell'oggettività e dell'onestà possa essere data solo dal consiglio prudente di una terza persona.

Così fu per me. I miei riferimenti morali erano tutti al mio esterno; senza saperlo, anzi addirittura pensando per lungo tempo che fosse giusto e sacrosanto, ho passato la maggior parte della mia vita basandomi su una morale completamente eteronoma. Il fantasma dell'approvazione o della disapprovazione di mio padre era sempre presente in maniera inconscia, e col senno di poi comprendo con chiarezza meridiana che già all'età di tredici anni ero in possesso di un super-io ipertrofico ed esigentissimo, che non mi permetteva quasi mai di stare in pace con me stessa.

Mi sentivo, anche, terribilmente brutta in confronto alle mie compagne che disponevano di più soldi per vestirsi, che avevano già il permesso di usare calze di nylon e per mettersi un filo di trucco, che conoscevano la moda e quindi potevano seguirla. Ricordo che per me era un vero mistero capire "dove" si venisse a conoscenza delle nuove mode, o sapere dove si potessero trovare i maglioni alla lupetto americani che, con i kilt o con i primi jeans, furoreggiavano in quegli anni tra i miei coetanei: io non arrivai mai a possederne uno.

Sociologicamente ero un'autentica emarginata, ma nonostante ciò la mia personalità aveva qualcosa che attirava gli altri, che mi cercavano spesso per confidarsi quando avevano qualche problema. Questa cosa a me un po' seccava, e mi avrebbe gratificato molto di più essere fatto oggetto di un altro tipo di interesse, ma non l'ammettevo chiaramente neppure con me stessa, perché costituiva pur sempre un succedaneo al completo isolamento.

Tutto questa situazione interiore può essere abbastanza normale in un'adolescente, ma sarebbe altrettanto normale superarla e acquistare fiducia in se stessi e nelle proprie possibilità man mano che si fanno esperienze, che si impara per tentativi ed errori, che ci si misura con le circostanze dell'esistenza e che si raggiunge qualche successo. Le cose che stavano per accadere, invece, mi avrebbero poi penosamente fissato per lungo tempo in questa situazione di insicurezza ed immaturità emotiva che sto cercando di descrivere. L'unica facoltà che si sarebbe sviluppata in maniera ipertrofica era la razionalità e, in un certo qual senso, l'intelletto, entrambi ridotti, però, ad una capacità quasi aritmetica di allineare sillogismi, senza la capacità di verificare la validità delle conclusioni con la realtà della vita vissuta.

Durante il primo anno di liceo, oltre al professore marxista, mi toccò anche un professore -per me estremamente intrigante- che con la sua evidente stima nei miei confronti mi conquistò rapidamente e completamente. Era l'insegnante di religione, ma a parte il fatto che era un laico, cosa a quei tempi non ancora tanto frequente, era una persona dotata di un particolare tipo di fascino: discretamente elegante, dotato di una forte leadership, laureato in Economia e Commercio oltre che in Teologia... insomma una figura che non riuscivo ad inquadrare, che mi attraeva e che, soprattutto, sembrava accorgersi delle mie doti, pur comportandosi con me con estrema correttezza e quasi con distacco. Diventò il mio baluardo psicologico nelle lotte dialettiche contro il professore marxista.

Mi attirava anche per il fatto che ero alla ricerca di una guida e di un orientamento. Da tempo avevo diradato le mie confessioni, ormai banali e infantili. Sentivo il bisogno di parlare dei pensieri strani, dei desideri di eroismo e di dedizione che si agitavano dentro di me ma che temevo di confidare per paura del ridicolo o di essere considerata ancora troppo bambina per affrontarli. Desideravo trovare un direttore spirituale, come quello che avevano alcune mie compagne scout, ma non sapevo dove cercarlo e speravo che quel professore mi potesse consigliare. In ogni caso ero ben decisa a non confessarmi più finché non avessi trovato un confessore stabile.

Quell'estate ebbi una storia, bellissima e delicatissima, con un ragazzo più grande di me di due anni. Studiava in seminario, ma era in piena crisi e stava meditando di lasciare il collegio e i suoi progetti di vita sacerdotale per l'insofferenza che provava verso tutti gli aspetti di quel mondo. Stavo meravigliosamente bene insieme a lui, parlavamo dei nostri problemi, c'era fra noi una grande intesa e una grande tenerezza, ma era un sentimento talmente delicato che non arrivò mai a tradursi in parole e dichiarazioni esplicite: ognuno di noi sapeva del sentimento dell'altro, ne era così sicuro che non c'era bisogno di parlarne, e nel nostro romanticismo giovanile, forse, quel silenzio aggiungeva valore al nostro affetto. In me c'era anche il desiderio di lasciare che le sue scelte si operassero senza forzature da parte mia. Comunque si trattava di una cosa talmente evidente che se ne rendevano conto tutti. Mio padre, naturalmente, scatenò una guerra, e quando ricominciarono le scuole continuammo a scriverci in maniera semiclandestina.

Numeraria

All'inizio del secondo anno di liceo ritrovai il mio professore di religione dell'anno precedente che con noncuranza, quasi, mi buttò là che forse avrei potuto trovare un buon direttore spirituale se fossi andata in una residenza universitaria di cui mi diede l'indirizzo. Così, vincendo le resistenze paterne a darmi il permesso per un'uscita, mi recai per la prima volta in un centro dell'Opus Dei. La casa era bella, arredata elegantemente, piena di ragazze giovani e cordiali che suonavano la chitarra, e che mi trattarono da subito come una vecchia conoscenza.

Questo comportamento ebbe un impatto enorme su una come me, che fino ad allora si era sentita estranea a qualunque ambiente fosse appartenuta, che aveva un'ansia enorme di trovare un'evasione all'ambiente familiare, e una sete infinita di dare e ricevere amicizia e amore. Cominciai a recarmi presso quel centro con tutta la frequenza che mi permetteva l'intransigenza di mio padre. Anche lui rimase colpito dalla signorilità delle persone che conobbe là, dove lo portai dopo le prime volte nella speranza di vederlo più disponibile a lasciarmi uscire senza tante storie; continuava a mettermi alcune difficoltà, ma meno forti che nelle situazioni precedenti (forse si rendeva conto che non poteva continuare a tirare la corda all'infinito) e che in ogni caso riuscivo abbastanza bene a gestire col giochetto dei "primi cristiani perseguitati", mai fino ad allora giocato in un contesto tanto verosimile.

Da questo momento in poi devo dire che tutte le cose negative di cui parlerò le ho fatte anche io in prima persona durante tutti gli anni in cui sono rimasta in questa organizzazione, con l'unica attenuante che le ho fatte con l'onestà e la rettitudine che possono dare un animo e una coscienza deformati dall'immaturità affettiva e dall'insicurezza ontologica. Lì mi fornirono nuovi elementi per continuare a giocare ai "primi cristiani perseguitati" non solo nell'intimità della mia fantasia ma nelle situazioni reali che si andavano verificando. A quindici anni e mezzo, novella sant'Agnese, santa Cecilia, sant'Eulalia e santa Teresa del Bambin Gesù, chiesi l'ammissione nell'Opus Dei come numeraria, cioè come socia legata ad un impegno di castità totale, oltre a quello di vivere eroicamente tutte le virtù tradizionali cristiane (e non solo la povertà e l'obbedienza perché, come ci ripetevano all'infinito, noi non eravamo religiosi) e di convivere, appena fosse stato possibile, sotto le stesso tetto con altre numerarie, che diventavano la mia unica, vera famiglia.

Gli ideali che ci venivano proposti erano sublimi: santificare dal di dentro la società come il lievito, facendo leva sulla preparazione intellettuale e dottrinale, operando attraverso un apostolato di amicizia e confidenza in un servizio abnegato e senza limiti. Il rigore estremo dello stile di vita, l'obbedienza totale ai desideri dei Direttori, la donazione completa della propria intimità, la totale assenza di peculio personale, la mortificazione e la penitenza severe, erano tali da saziare la mia sete di eroismo romantico e da compensare l'assenza dalla mia vita di avventure più umane e sicuramente psicologicamente più normali. Senza una parola di spiegazione (per evitare tentazioni, mi dissero) feci sapere al ragazzo conosciuto nell'estate precedente che non avrei voluto più incontrarlo e resistetti a tutti i suoi tentativi di chiarimento, sicura di stare difendendo il mio amore esclusivo a Cristo.

Finalmente "appartenevo" a qualcuno e a qualcosa, e questa consapevolezza mi diede forze ed energie mai avute prima; tutte le difficoltà si dissolsero: a sedici anni e undici mesi mi trasferii a Milano per fare il Centro di Studi. Lì rimasi per due anni di formazione, poi andai a vivere all'altro capo della penisola. A Palermo completai tutti gli studi universitari, mentre contemporaneamente collaboravo con alcuni dei lavori apostolici che l'Opera portava avanti e mi prendevo cura del lavoro di Amministrazione, cioé dei lavori domestici delle case, soprattutto quelle maschili, in cui vivono i membri dell'opera e, a volte, anche persone esterne. Nell'80 tornai nuovamente a Milano, su indicazione delle Direttrici interne.

Maturita' e liberta' interiore

In quegli anni imparai a meditare e a pregare, e un giorno bellissimo e indimenticabile, da quegli incerti tentativi, nacque qualcosa di completamente nuovo, anche se, probabilmente, non del tutto soprannaturale: ero sulla riva di un lago, circondata da un paesaggio estremamente sereno e dolce; riuscii a immaginarmi un paesaggio lacustre simile di duemila anni prima, a vedere, quasi, il Maestro circondato dai suoi amici, che parlava della sua dottrina e portava avanti l'opera della redenzione. Da quella volta imparai a far lavorare la mia fantasia sul vangelo, a tradurre in racconti, suggestivi per le orecchie giovani che mi ascoltavano, la dottrina cristiana che volevo esporre, a rendere estremamente plausibili e affascinanti le severe esigenze morali che volevo trasmettere a chi mi ascoltava, in attesa di poter chiedere ancora di più proponendo la sequela di Cristo nella donazione totale nell' Opus Dei.

Credo che riuscissi ad essere tanto convincente proprio per il fatto che non sarei riuscita a proporre qualcosa in cui non credevo sul serio, e quindi, di fronte ad esigenze spropositate e ingiustificabili, che altri dotati di maggior buon senso di me si sarebbero buttati allegramente dietro le spalle, ero capace di una sforzo di razionalizzazione che risultava irresistibile per molte.

La forte propensione al razionalismo cristiano, a far leva sull'apologetica e sulla dialettica teologica che esistono nell'Opus Dei aveva accentuato la mia tendenza a valorizzare la mia dimensione intellettuale a sfavore di un'affettività sempre più repressa e immatura, che ha continuato poi a lungo a crearmi grossi problemi. L'apostolato di amicizia e confidenza era diventato per me una vera specialità, dato che, libera ormai dalle pastoie paterne e giustificata dalla maggior gloria di Dio, potevo, anzi dovevo, cercare di coltivare più amicizie possibili, naturalmente solo femminili, per avvicinare tramite la mia amicizia il maggior numero di persone a Dio. Insomma, l'Opus Dei risultava proprio tagliata a misura delle mie nevrosi ed infatti ebbi un discreto successo: mi diedero incarichi sempre più importanti e arrivai giovanissima a ricoprire responsabilità di governo a livello nazionale. Nell'80, a venticinque anni appena compiuti, subito dopo la laurea a pieni voti in Filosofia, mi diedero l'incarico di responsabile nazionale per le attività di apostolato con i giovani.

Io avevo un modo tutto mio di intendere l'onestà: da mio padre ero stata educata all'obbedienza, a lui e alla morale cattolica che mi aveva inculcato, come ad una delle maggiori virtù cristiane, e soprattutto (e non è proprio la stessa cosa) a vedere nella disobbedienza la radice di ogni disordine e l'impossibilità di costruire qualcosa di buono nella società. Per quello che riguardava l'obbedienza a lui, avevo imparato a far la tara con disinvoltura in nome di un bene maggiore, ma questo solo a patto che continuassi ad obbedire a qualche altra entità superiore, pena la prova, di fronte al mio Io sempre più esigente, della mia mala fede. Su tali criteri si è basata per anni tutta la mia vita morale. L'Opus Dei accentuò questa mia impostazione, enfatizzando smisuratamente, nella formazione che dava a me come a tutte le altre persone dell'associazione, l'importanza dottrinale e ascetica dell'obbedienza, della sottomissione totalmente acritica al magistero ecclesiastico (correttamente interpretato -quest'ultimo, solo dal Padre e dai direttori che diffondevano le indicazioni date dal Padre e facendo quasi esclusivamente riferimento alla dottrina tridentina), l'importanza di immedesimarsi con il buono spirito inteso come una gerarchia di valori, un insieme di norme e di reazioni alle situazioni che finivano per diventare quasi istintive, di affetti coltivati in modo esclusivo.

Nell'Opus Dei si parla molto della libertà di cui godono i membri dell'associazione. Effettivamente io debbo riconoscere che non ho mai ricevuto indicazione esplicite riguardo al partito politico a cui dare il mio voto, e la facoltà universitaria che mi attraeva incontrava la piena approvazione delle Direttrici. Per quello che riguarda il lavoro professionale, non ne ho mai esercitato uno esterno durante gli anni in cui sono stata numeraria, ma io stessa, come direttrice, ho sempre evitato di dare indicazioni esplicite riguardanti aspetti pratici o organizzativi. Questo però non significa che io sia stata veramente libera sotto nessuno di questi aspetti, né negli altri ambiti, perché i mezzi che si usano nell'Opera per controllare le scelte e i comportamenti dei soci e dei simpatizzanti sono altri: il buono spirito, appunto. Il buono spirito è una specie di legge non scritta, che viene coltivata nell'intimo di ognuno tramite la formazione impartita incessantemente dall'Opera. Viene coltivata lentamente, in modo serrato, in mille piccoli modi che si stratificano all'interno della persona arrivando a formare così una specie di seconda natura e di seconda coscienza. Viene coltivata con metodi che si potrebbero definire, scherzosamente ma non troppo, pavloviani: con innumerevoli, minuscoli rinforzi dei comportamenti coerenti al buono spirito e con altrettanto innumerevoli, minuscoli (o non tanto minuscoli) scoraggiamenti e sanzioni dei comportamenti non coerenti. In questo modo non c'è bisogno di metterlo per iscritto per tramandarlo, ed infatti i mille criteri e comportamenti di buono spirito, nella loro maggior parte, non sono scritti su documenti ufficiali dell'Opera, ma la loro esistenza e affidata ad una specie di tradizione orale: sono esempi buttai là nelle lezioni di formazione, sono atti praticati dalle persone più inserite nel sistema e che vengono proposte da esempio alle altre, c'è tutta una aneddotica di ricordi, di comportamenti del fondatore o dei più antichi che viene utilizzata dando per sottinteso che quei comportamenti, quegli orientamenti mentali, quei criteri e quei giudizi sono quelli di buono spirito, quelli che rendono soddisfatto il Padre dei suoi figli, quelli che rendono feconda l'Opera e i suoi apostolati, quelli che portano alla santità la persona che li pratica.

Prassi di questo tipo, probabilmente, si possono trovare in molte altre organizzazioni, della Chiesa e non. Quello che le rende criticabili è l'esagerata intolleranza, il più delle volte silenziosa e implicita ma drastica, che porta nell'Opus Dei all'inesorabile emarginazione di chiunque si allontani dai criteri del buono spirito, e questo in un'organizzazione che fa della libertà e del pluralismo nei comportamenti umani la propria bandiera, come se fosse la prima ad averli scoperti e praticati nella storia della Chiesa.

In questo modo, nell'Opera, si diventa guardiani e custodi della propria prigione. Le singole persone, se hanno buono spirito, esercitano su se stesse una sorveglianza strettissima, sono censori spietati delle proprie mancanze e diventano delatori di se stessi davanti al tribunale della direzione spirituale col proprio direttore laico.

Tali direttori, poi, sono per lo più persone che meglio incarnano i criteri del buono spirito, operandosi così una specie di selezione in-naturale che fa crescere e prosperare la tipologia di numeraria che il buono spirito esalta: una persona che non si fa mai domande rispetto all'Opera; che rintuzza ogni dubbio come una tentazione; che respinge come un'infedeltà ogni impulso a considerare le singole persone più importanti della fedeltà allo spirito dell'Opera.

Questi comportamenti sono anche molto lontani dalla virtù della sincerità. Ogni virtù -cristiana o anche solo umana- per essere veramente tale deve essere basata sulla libertà, non solo sulla libertà da condizionamenti esterni ma anche e soprattutto sulla propria libertà interiore. Nell'Opus Dei, se si ha buono spirito, non è così. Non si può fare a meno di riportare al proprio direttore, alla propria direttrice, nel colloquio settimanale di direzione spirituale, ogni più piccolo pensiero che possa spuntare anche solo per distrazione nella propria mente contro la fede, o la purezza, o la vocazione, o una critica o un'insofferenza verso ciò che fanno o dicono i direttori o il Prelato.

Non è possibile nessuna mediazione del buon senso in questo, i criteri dati sono fin troppo chiari. Quando qualche volta ho provato a gestirmi in maniera più autonoma la mia coscienza, non ho mai resistito a lungo al rimorso che nasceva da un comportamento così disinvolto, e dovevo alla fine rivolgermi, in maniera compulsiva, e quella che veniva chiamata la madre buona, l'Opera per ritrovare una specie di momentanea serenità e pace interiore.

Crisi di vocazione

Quando prima ho accennato al lavoro di reclutamento di nuove vocazioni per l'Opus Dei, ho toccato quello che adesso, dopo tanti anni, mi sembra di percepire come la cosa più immorale di tutto quel sistema: il proselitismo instancabile e indefesso, perseguito tramite la tecnica di far passare per volontà di Dio la volontà di quelli che appartenevamo all'organizzazione; il coinvolgere il maggior numero possibile di persone, incuranti di remore personali, di bisogni familiari, di attitudini caratteriali. Solo esperienze sessuali precedenti, o un carattere per i nostri standard troppo insulso e privo di attrattive poteva liberare una malcapitata dal divenire oggetto delle nostre persecuzioni proselitistiche (parlo al femminile perché nell'Opus Dei esiste una rigida separazione fra la parte femminile e quella maschile dell'associazione). Io credevo in quello che facevo, e quindi lo facevo con passione, senza risparmiare ore di sonno, viaggi, offerta delle penitenze più pittoresche, e tutto quello che la fantasia e la passione mi suggerivano.

Per contro, pur essendo entusiasta, dentro di me non ero sempre serena: si alternavano momenti di depressione, che ancora non ero capace di riconoscere come tali, a crisi terribili di scrupoli, che se solo fossi stata più fiduciosa e sicura di me stessa, interpretando così correttamente i segnali che il mio corpo e la mia psiche mi mandavano, mi avrebbero messo sull'avviso circa il fatto che poi le cose non andassero così magnificamente bene come pretendevo.

Quando vado indietro nei miei ricordi, credo di ricordare la prima volta in cui sperimentai la sensazione di disagio della depressione, il malessere dell'anima e del corpo che sarebbe cresciuto col tempo dentro di me fino a devastarmi e a diventare, per lunghi anni, il compagno della mia esistenza. Fu dopo circa un anno e mezzo che avevo chiesto l'ammissione all'Opera. Non avevo ancora iniziato a fare vita di famiglia. Il primo corso annuale, l'estate precedente, in cui avevo sperimentato la convivenza con altre giovani vocazioni come me durante una ventina di giorni, era trascorso senza incidenti particolari. Durante una settimana mi ritrovai di nuovo in mezzo a gente dell'Opera in occasione della convivenza di Pasqua, un'occasione nella quale membri dell'Opera e simpatizzanti di tutto il mondo si riuniscono a Roma per un evento che, all'esterno, appare come un megacongresso universitario, ma che in realtà ha l'obiettivo principale di provocare la crisi vocazionale nelle persone più pronte a rispondere di sì. In quelle giornate tutti gli aspetti della vita dell'Opus Dei si vivevano, se possibile, a tinte ancor più cariche del solito: gli incontri col Fondatore, con tutto quello che queste tertulias portavano con sé di adesione incondizionata ad ogni parola che pronunciava, di dimostrazione esagerata di affetto, di gioia, di preparazione di ogni intervento perché nulla sfuggisse di improprio o di meno che positivo; la preoccupazione e l'impegno perché le nostre amiche si decidessero a chiedere l'ammissione all'Opera, o si convertissero al cattolicesimo. Inoltre ognuna di noi era chiamata a uno sforzo supplementare per vivere, oltre al piano di vita abituale, un apostolato più serrato e quotidiano con le varie amiche di cui era responsabile e le pratiche di mortificazione e di penitenza abituali nelle condizioni proibitive di un tour turistico.

Oltre agli incontri col Fondatore, quelle giornate prevedevano delle visite guidate alle case centrali dell'organizzazione -Villa Sacchetti e Villa delle Rose- tertulie con le direttrici centrali che vertevano esclusivamente sul Padre e sull'apostolato nelle varie nazioni del mondo, visite nelle basiliche e nelle catacombe romane, le funzioni della Settimana Santa celebrate in modo solenne e nelle forme liturgiche più complete e, perciò, più prolungate… Psicologicamente, si creava una situazione di grande tensione interiore: la preparazione della domanda, forse decisiva per il suo "sì" definitivo, che la propria amica doveva rivolgere al Padre nella prossima tertulia, il colloquio prolungato e spesso notturno -visto che durante il giorno c'erano troppi impegni per fare le chiacchierate più impegnative- con la ragazza più in crisi di vocazione, l'attesa di sentirsi invitate a partecipare alle funzioni a Villa Sacchetti -segno di distinzione delle numerarie considerate più grandi- l'attuazione semiclandestina per invitare le proprie amiche, facendo intendere loro che si stava quasi trasgredendo ad una consegna importante, a partecipare agli incontri col Fondatore destinati esclusivamente alle associate…

Fu probabilmente per la pressione a cui ero sottoposta da tutti questi fattori che, nonostante il piacere che provassi a trovarmi lontana e indipendente dai miei genitori, a non dover chiedere continuamente permessi per uscire o per vedermi con qualcuno, a poter pregare e fare apostolato a mio piacimento, pure ad un certo punto mi ritrovai in uno stato di smarrimento: con la sensazione di una grande solitudine, in preda ad un malessere interiore che non capivo e che si travasava nel mio fisico facendomi sentire amareggiata, confusa, come delusa da qualcosa di indefinito, bloccata e rallentata nei movimenti, infelice senza un preciso perché.

Forte dell'educazione familiare ricevuta, che vedeva nella forza di volontà la panacea per tutti i mali, reagii a quelle sensazioni e me le scossi di dosso con relativa facilità tornando a tuffarmi in quello che ero convinta che fosse il mio sogno realizzato: essere dell'Opus Dei, sapermi figlia di Dio ed essere chiamata a donare tutta la mia vita per salvare le anime.

Da quel giorno in poi quello strano stato d'animo tornò ogni tanto -nei primi anni molto sporadicamente- ad affacciarsi dentro di me. Dapprima pensai che dipendesse dagli alti e bassi fisiologici della vita di ognuno. Negli anni del Centro di Studi lo attribuii alla fatica di terminare il liceo contemporaneamente all'impegno della formazione intensa di quel corso, in seguito alla fatica di fare l'Opera in condizione quasi sempre eccessivamente esigenti e faticose… Mi sembrava che trovare una causa bastasse per giustificare un malessere tanto sgradevole, senza mai sospettare che potesse essere il segnale di che c'era qualche cosa che non andava a livello più profondo e grave. Alla fine, mi abituai a pensare che fosse normale trovarmi a combattere periodicamente con un disturbo che si presentava col trascorrere degli anni in modo sempre più pesante, invadente e frequente.

Tutta la formazione che avevo ricevuta nel corso degli anni e che veniva rinforzata quotidianamente, settimanalmente, mensilmente, annualmente dai più svariati mezzi di formazione mi aveva insegnato che la santità richiedeva lotta e sforzo, che la mia natura umana era portata a ribellarsi, e perciò interpretavo le mie difficoltà interiori, i miei bruschi e pesanti abbassamenti di umore, il peso che avvertivo ogni mattina svegliandomi e prendendo coscienza di me, alla luce dei trattati di ascetica, e speravo senza osarlo di trovarmi nella notte dei sensi descritta da santa Teresa d'Avila e da san Giovanni della Croce.

Vivevo con desiderio e repulsione, contemporaneamente, il colloquio settimanale di direzione spirituale: da una parte sentivo un desiderio impellente e coatto di dialogo intimo con un essere umano che fosse veramente spontaneo e senza riserve. Con le amiche che trattavo a fini apostolici e proselitistici non sarebbe stato di buono spirito fare confidenze personali se non nella misura in cui le mie confidenze potevano attrarre le loro. Era censurato, come di pessimo spirito, parlare delle proprie difficoltà, dei propri dubbi o delle proprie insoddisfazioni, o timori, o nostalgie. Veramente era censurato anche che ne parlassimo con noi stesse: ogni pensiero di questo tipo ero stata formata a catalogarlo come "tentazione" e perciò a scartarlo al più presto, salvo poi renderne conto nella prossima direzione spirituale, ma anche lì senza indulgere, senza cercare di capire e di capirmi, solo le parole necessarie per chiedere perdono e passare oltre. Con le altre associate le censure erano ancora più strette: gli argomenti e le confidenze personali erano tabù al di fuori del colloquio di direzione spirituale, fra noi non avevamo nemmeno la scusa di dover fare apostolato.

I consigli spiccioli che ricevevo nei miei colloqui di direzione spirituale, però, mi deludevano profondamente e mi lasciavano con una insoddisfazione sempre più profonda. Oltre tutto ero obbligata dall'obbedienza, a volte, a confidarmi con persone che mi risultavano antipatiche e repellenti, anche se questi sentimenti, per quanto intimi e primari, non erano ammessi con le proprie sorelle e nei rapporti di vita interiore. La mia rigidezza mentale e la mia scrupolosità, come ho già raccontato, mi obbligavano a parlare in questi colloqui aprendomi completamente, senza consentirmi la minima riserva mentale o il minimo spazio di riservatezza. D'altra parte chi mi ascoltava non sembrava prendere con troppa serietà le mie difficoltà interiori ed esteriori, addirittura avevo la sensazione che minimizzassero in maniera infastidita le mie interpretazioni misticheggianti delle difficoltà che provavo.

In questo modo continuava a crescere il mio disorientamento e la mia incapacità di porre rimedio al mio malessere interiore: sentivo che la parte più intima di me si stava sgretolando rovinosamente, ma non avevo né le parole né le categorie mentali per parlarne e per ottenere l'aiuto di cui avevo bisogno. Ciò nonostante, fidandomi di quello che mi avevano sempre insegnato, e che io avevo con sicurezza insegnato alle altre, continuavo a credere con fiducia nel valore della sincerità, dell'umiltà, nell'amore dell'Opera verso di me:"Parlate, e si risolverà ogni difficoltà interiore" "Aprite completamente le vostre anime al buon Pastore, se volete perseverare" "Il buon Pastore (il Padre, le direttrici in nome suo) prende sulle spalle la pecorella che si sta smarrendo" "Nell'Opera esiste tutta la farmacopea necessaria"…

Io parlavo, con sempre maggiore difficoltà, sempre più contropelo e nauseata, per non riuscire ad avere risposte adeguate, orientamenti precisi, diagnosi operative.

La vita nell'Opera, che pure avevo amato per anni, cominciava a disgustarmi. Il mio buono spirito si rifiutava ancora di fare due più due, di collegare le cause con gli effetti, di risalire, da questo disgusto, alla saturazione che ormai avevo raggiunto per quello stile di vita così poco autentico, così contro natura, così disumano senza essere per questo veramente soprannaturale.

Inizialmente pensai che Dio mi rendeva così insoddisfatta perché voleva da me una donazione più profonda. In alcuni momenti fantasticai di chiedere di passare ad essere numeraria ausiliare: nascondimento totale, oblio, abnegazione in una vita di umiltà e sottomissione radicali. Ma non avevo mai sentito che si fosse permessa una cosa simile, e il sesto senso che avevo ormai acquisito rispetto ai criteri dell'Opera mi suggeriva di lasciar perdere, che non era una strada praticabile.

Mi rendevo conto di provare ormai repulsione per le eccessive manifestazioni di filiazione al Padre, mi urtavano le dimostrazioni esplicite di affetto e sottomissione che per le altre sembravano essere perfettamente normali. Ero stanca di vedere con tanta frequenza le proiezioni delle tertulie di moltitudini di vari paesi col Fondatore o con il Prelato dell'epoca. Mi sentivo confusamente in crisi nel partecipare all'organizzazione degli incontri che don Alvaro fece in Italia con molti gruppi di persone dell'Opera e di nostre amiche. I preparativi minuziosi e pieni di dettagli di affetto e di rispetto superlativi, la preparazione selettiva delle domande che le ragazze avrebbero rivolto al Prelato, la gioia esagerata e con qualche punta di isteria che questi incontri risvegliavano nella maggior parte delle altre associate destava in me una crescente reazione di insofferenza, di rigetto, di critica.

Cominciavo a diventare allergica alla parola "spontaneamente" che nell'Opera veniva usata continuamente, a proposito o a sproposito, per indicare ogni manifestazione di buono spirito, ogni gesto di affetto e di rispetto verso il Prelato.

Iniziavo ad intuire oscuramente che, come membro dell'Opera, ero vittima di una manipolazione semantica: noi non chiedevamo permessi: "ci consultavamo con le direttrici"; queste non davano ordini: "chiedevano per favore"; non eravamo tenute ad avvisare dei nostri spostamenti: "salutavamo la direttrice" e "lasciavamo detto dove essere rintracciabili"; non disponevamo di un peculio: "facevamo cassa"; eccetera, eccetera… Analogamente, pur essendo in teoria libere di vestirci come volevamo, ogni acquisto di abbigliamento era supervisionato da una seconda numeraria che sempre si accompagnava ad ognuna che usciva per fare spese; si viveva il "dolcissimo precetto" -così si alludeva al quarto comandamento del decalogo- pregando per le proprie famiglie d'origine, ma senza mai lasciarsi coinvolgere dai loro bisogni e dalle loro situazioni; la cosa più innocente del mondo, come fare una telefonata interurbana di auguri ad una familiare fuori città o prendere un'aspirina per far passare un mal di testa, se non era richiesta alla direttrice e approvata da lei diventava un atto di superbia, una piccola mancanza di buono spirito in un'organizzazione che faceva della cura delle piccole cose, dell'unità e del buono spirito i suoi cavalli di battaglia. Si finiva così per incentivare, anche in vocazioni consolidate e provate, comportamenti che in altre istituzioni della Chiesa venivano dalle stesse persone messi in ridicolo perché propri di novizie eccessivamente scrupolose. Invece che dare dottrina e poi far volare le persone sulle ali della libertà e dell'amore, facendo acquisire autonomia e rifiutandosi di certificare le scelte più insignificanti, i direttori erano spinti continuamente a diffondere indicazioni concretissime su dettagli futili e transeunti. Così il numerario esemplare finisce per essere un campione nell'andare controcorrente nell'ambiente esterno all'Opera, ma non oserebbe mai andare controcorrente all'interno di essa, neppure su aspetti che magari inizialmente turbano la sua conoscenza, o su altri talmente discutibili da venire presto dichiarare superati.

Nonostante la qualità umana e soprattutto intellettuale di tanta gente dell'Opera, il ripetersi del meccanismo di occultamento semantico fa sì che si perda il contatto con la vera natura delle proprie azioni, impedendosi innanzitutto la capacità di comprendere cosa si sta veramente facendo, e poi, con la ripetizione e l'automatismo arrivando forse a perdere la responsabilità di fare una cosa chiamandola col nome esattamente opposto.

Analogamente si finisce per occultare una sorta di infantilismo umano e soprannaturale, che porta a semplificare tutte le realtà con cui si entra in contatto, con atteggiamenti compensatori di spavalderia, di superiorità, di assenza di dubbi.

Cominciavano a risvegliarsi dentro di me le prime ribellioni contro le indicazioni continue e minuziose che riguardavano ogni comportamento e ogni giudizio che dovevamo avere come membri dell'Opera. Erano i primi anni dopo la morte del Fondatore, e, credo, il Prelato dell'epoca, don Alvaro del Portillo, aveva paura che l'Opera perdesse il buono spirito originario. Così, regolandosi su un'elementare legge di balistica, alzò il tiro e cominciò a mandare indicazioni più strette e severe di quelle, già rigide, che avevano regolato l'Opera fino ad allora.

Il mio disagio e la mia insoddisfazione continuavano a crescere. Parlavo, ma non se ne davano per inteso, e fino alla fine non fui sollevata dai miei incarichi e dalle mie responsabilità. La mia emotività era stata sempre di difficile gestione fin dagli anni dell'infanzia: benché fossi per lo più una persona gioviale e positiva, quando mi veniva da piangere non riuscivo a trattenermi né a procrastinare, qualunque fosse il contesto in cui mi trovassi; e mi veniva da piangere sempre più spesso, in maniera sempre più incontenibile e dirotta, anche quando mi trovavo in pubblico. Questo comportamento peggiorò drasticamente, e non riuscivo più a gestirlo. Mi prese un crescente senso di disgusto e di repulsione nei confronti del mio lavoro di tutti i giorni. Lo spirito critico, un campo di lotta interiore sempre molto vivace per un membro dell'Opera data la vastità di pretesti che potevano suscitarlo, divenne quasi ingestibile. La tristezza finì per diventare il colore imperante delle mie giornate, non riuscivo più ad accettare e tollerare tutte le regole che fino ad allora avevano scandito le mie giornate e non riuscivo più a partecipare in maniera attiva e volenterosa, come avevo sempre fatto, ai momenti di formazione e di esercizi spirituali.

All'inizio dell'estate dell'85 questa situazione esplose e non si potè più ignorare: mi trattarono, durante il corso di formazione annuale, con maggiori riguardi, mi permisero -dato che anche le ore di sonno erano rigidamente regolate- di dormire di più, fui esonerata da alcune delle attività di formazione meno importanti, ma continuarono a tormentarmi con altre sciocchezze, tra cui ricordo con particolare sofferenza una correzione fraterna che mi fecero perché non cantavo assieme alle altre nelle gite e nelle tertulie, quando si intonava qualche coro. Questo rimprovero mi è rimasto tanto impresso per il gran senso di ribellione che mi provocò, ma solo dopo molti anni ho compreso che non mi rivoltavo semplicemente contro una mortificazione gratuita che potevano avermi inflitto, ma che era l'inizio di una ribellione totale, che non potevo più cantare come se niente fosse mentre la mia intera vita affettiva era ormai paralizzata dallo sforzo diuturno, di anni, fatto per partecipare sinceramente di sentimenti e convinzioni che non erano veramente miei, che mi erano stati imposti dall'esterno senza che né io, né le persone che si erano assunte davanti a Dio la responsabilità della mia anima, fossimo sfiorate dal dubbio che potessero non essere autentici. Senza che io lo sapessi, dentro di me erano andati maturando gli anticorpi che adesso iniziavano il loro sforzo di rigetto contro tutto quel sistema di vita che -lo avrei scoperto molto più tardi e dopo tante sofferenze- non era mai stato veramente mio.

Al ritorno da questa vacanza estiva, nonostante avessi anche assunto qualche farmaco antidepressivo prescrittomi da una numeraria neuropsichiatra, non stavo affatto meglio. Fui esonerata fino a dicembre dalla maggior parte dei miei compiti quotidiani, salvo quelli in cui la mia presenza era necessaria per rendere giuridicamente validi degli atti di governo. Verso Natale, visto che non uscivo da quella che ormai tutti sapevamo chiaramente essere una vera e propria forma depressiva, mi dissero che avevano deciso di mandarmi in Spagna, a Pamplona, dove l'Opus Dei ha l'Università di Navarra, un ateneo modello in cui è presente, tra l'altro, una facoltà di medicina con annessa clinica universitaria. Fui accompagnata in quel viaggio, che ormai non ero neppure più in grado di fare da sola, da una numeraria del mio centro. Quando questa, dopo un paio di giorni, doveva ripartire, le dissi disperata che non volevo restare lì dove mi sentivo isolata e a disagio in una ambiente di persone sconosciute. Mi trattò con una durezza e con un'impazienza che ricordo ancora con angoscia.

A Pamplona non fui ricoverata in clinica: vivevo presso un piccolo centro che esisteva appositamente per ospitare le numerarie che venivano da tutto il mondo per problemi di salute. Al mattino andavo a dare una mano per fare i lavori domestici presso una residenza universitaria poco lontana, al pomeriggio, due o tre volte la settimana, andavo a fare terapia psichiatrica presso la clinica universitaria. Mi fecero una montagna di analisi, e cominciai a prendere psicofarmaci che probabilmente aumentavano i miei disturbi, ma dei quali sicuramente non avrei potuto fare a meno, data la pesantezza che avevano raggiunto i miei sintomi depressivi. Una persona esuberante e piena di risorse come me, che ero partita infinite volte con gruppi di ragazzine anche di solo dodici, tredici anni per accompagnarle all'estero, destreggiandomi fra documenti, lingue straniere, orari e ritardi e l'indisciplina del gruppo scontata per quelle fasce d'età, era ridotta ad essere preda di forme di ansia che facevano diventare un'impresa angosciante anche soltanto prendere un autobus o un treno non accompagnata.

Rinascita

Inevitabilmente, anche se mi avevano preavvisato che mi sarebbe successo e che non avrei dovuto dialogare con quella "tentazione", comincia a pensare che, se non fossi guarita al più presto, avrei dovuto andarmene dall'Opus Dei. Stavano diventando intollerabili le devozioni comuni, la lettura delle pubblicazioni interne che ormai percepivo essere insopportabilmente autocelebrative, la visione reiterata di filmati di incontri con il fondatore dell'Opera, morto anni prima, o con il suo successore, realizzati con modalità di culto della personalità che, oggi, non riesco più a comprendere come potessi accettare ed ammettere.

La santità dell'Opera mi era stata inculcata in modo tale che non potevo metterla in discussione nemmeno dentro di me, ma ogni giorno diventava per me più evidente che non c'era più posto per me là dentro. Mi avevano sempre detto, e così io avevo sempre predicato agli altri, che la vocazione non si perde mai: chiaramente non si esprimevano così, ma lasciavano intendere che aderiva all'anima con la stessa persistenza e connaturalità del carattere sacramentale, ma io cominciavo a pensare che forse ci poteva essere qualche eccezione, dato che, ora, mi risultava tanto evidente che se avessi continuato dentro, sarei finita di impazzire del tutto e sarei morta in uno stato miserevole. Pur nella mia grande confusione mentale, capivo che Dio non poteva volere una cosa del genere.

Iniziò così un tira e molla che durò due anni e mezzo circa. Loro da una parte mi dicevano che se me ne fossi andata avrei messo in grave forse la salvezza della mia anima (fra i libri di lettura spirituale abituali nell'Opera e che mi diedero da leggere in quelle circostanze c'erano "Le glorie di Maria" di sant'Alfonso De' Liguori, una chicca redatta nel più puro stile terroristico per quel che riguarda la perseveranza nella vocazione). Il Consigliere in persona mi disse che, se non avessi perseverato, non sarei mai potuta rimanere a Milano, dove tutti mi conoscevano e dove avrei "dato scandalo" con la mia infedeltà, come se stessimo parlando di un paesello di poche anime. Io dal canto mio, pur essendo ancora totalmente incapace di mettere in discussione alcunché dell'Opus Dei, che continuavo a giudicare una realtà santa dato che era stata approvata dalla Chiesa, cominciavo a capire che da qualche parte gli argomenti facevano acqua. La mia laurea in filosofia, e la familiarità con l'uso dei sillogismi che avevo acquisito grazie alla formazione interna di filosofia, propedeutica allo studio della teologia, mi portava a ragionare nel seguente modo: se gli statuti dell'Opera, che sono approvati dalla Chiesa, prevedono una forma per chiedere la liberazione dagli impegni solenni presi una volta per tutte, non può esserci niente di implicitamente perverso nel servirsi di questa procedura, dato che la Chiesa, assistita dallo Spirito Santo, non potrebbe mai approvare e permettere qualcosa di perverso. La mia crisi e la nascita di una più indipendente consapevolezza mi stavano portando fuori dall'Opera, anche se con ragionamenti e stereotipi mentali ancora tipicamente clericali, che non arrivavano a mettere in discussione il sistema nella sua globalità. Ancor di più: anche se era un argomento in genere accuratamente evitato, sapevo di alcune persone che se ne erano precedentemente andate rompendo con l'Opus Dei e con la chiesa alla grande, mettendo platealmente in piazza le loro ragioni e causando grande scandalo (solamente, credo ormai, per la gente dell'Opera per la quale ogni cessazione era vissuta come un grave fallimento e ogni critica come una calunnia). Quasi sempre si lasciava capire che alla base di queste fughe ci fosse un innamoramento, sottintendendo così che chi se ne andava non lo faceva sulla base di ragionamenti e di convinzioni, ma solo perché non riusciva a vincere una tentazione carnale. Anche in questo io continuai per parecchio tempo a mutuare i loro pregiudizi e a ragionare con la loro testa. Io me ne andavo non perché mi fossi innamorata di qualcuno: questo loro lo sapevano bene e non potevano neppure tentare di metterlo in dubbio. Affermavo anche con convinzione che avrei sempre parlato bene dell'Opus Dei, perché ero convinta (allora lo ero ancora sinceramente) che fosse santa e che mi avesse dato tutte le cose valide che possedevo, però me ne sarei andata perché, checché loro dicessero, ormai tutto il mio essere si rivoltava contro la vita fatta fino ad allora, per diciassette anni, e non riuscivo in nessun modo a riacchiappare il bandolo della matassa.

Dopo tre mesi di permanenza a Pamplona mi comunicarono che ero stata rimossa dal mio incarico di governo nell'Opera. Tornai in Italia e fui relegata in un centro dove vivevano persone giovani, rigide come solo le persone giovani sanno esserlo, e alle quali ero timorosa di dare cattivo esempio, convinta come ero che il mio malessere, la mia irritazione, la mia insofferenza, la mia apatia, ormai ingovernabili ma di cui ero pur sempre consapevole, dessero loro scandalo, e avvilita dal fatto di essere vista in quello stato dopo essere stata per queste stesse persone il riferimento che ero stata in passato. Chiesi più volte di essere trasferita in un centro abitato da persone più grandi, facendo presenti le gravi difficoltà che provavo, ma fui richiamata perentoriamente e con durezza all'obbedienza. Addirittura si arrivò ad un richiamo formale, fatto alle presenza di due direttrici, entrambe persone con le quali avevo convissuto e con le quali avevo avuto, e per quello che mi riguardava continuavo ad avere, un rapporto cordiale e confidenziale che mi rendeva ancor più dissonante e sproporzionato quell'intervento fatto con tanta autorità e distacco. Ma soprattutto quello che mi addolorò di questo episodio era la consapevolezza che io non stavo pretendendo niente, né accampando diritti, ma semplicemente continuavo a far presente, con la semplicità e la fiducia che mi avevano inculcato verso la madre buona, l'Opera e con l'urgenza e l'accoramento che nascevano dalla grande infelicità e disagio che mi appesantivano, l'aiuto che mi era lecito aspettare dalle sole persone che avevano la possibilità di darmelo, un aiuto chiesto per venire incontro ad uno stato riconosciuto di infermità provocata, per quanto mi fosse dato di sapere e per quello che riconoscevano le mie stesse direttrici, da un eccessivo esaurimento di forze dovuto alla mia donazione all'Opera.

Dopo quindici mesi di lotte chiesi ed ottenni la dispensa dalla cosiddetta "vita di famiglia", passo previo alla richiesta e all'ottenimento della dispensa dagli impegni contratti verso l'Opera. Negli ultimi tempi si erano decise ad assecondarmi ed ero tornata a vivere in un centro di persone grandi, ma ormai a quel punto qualcosa mi si era rotto dentro definitivamente e non era più possibile, per me, tornare indietro.

Ricominciare: primo tentativo

Tornai a Roma, presso la mia famiglia d'origine che mi accolse con affetto, ma non molto attrezzata a supportarmi nello stato di devastazione in cui mi trovavo. Ero immersa nella depressione più profonda, scatenata ormai da due anni. Dipendevo dagli psicofarmaci e dalla terapia che avevo iniziato con uno psichiatra numerario, l'unica persona con cui la mia coscienza scrupolosa mi permetteva di parlare dei miei problemi. Ero priva di lavoro e, a trentadue anni, senza nessuna esperienza professionale nel mondo esterno, in una città che era ormai completamente estranea per me dopo diciassette anni di lontananza, con pochissime chances di poterne trovare. Soprattutto ero completamente svuotata: come avrei sperimentato presto, nessun lavoro, nessuna esperienza quotidiana sarebbe riuscita a restituirmi -almeno nel breve e medio periodo- quel senso di pienezza che provavo costantemente prima, quando stavo al mondo per salvare le anime ed avevo continuamente un filo diretto con Dio in persona e la convinzione di conoscere dettagliatamente la sua volontà. La richiesta di dispensa dagli impegni solenni presi in maniera perpetua venne una prima volta respinta, per offrirmi questa ulteriore possibilità di ritornare sui miei passi, poi finalmente accolta, come mi venne alla fine comunicato il giorno di venerdì santo del 1988.

In realtà, per un bel po' di anni ancora, non mi sarei sganciata dalla forza di gravità di quella mentalità e di quell'approccio col mondo, se approccio si può chiamare.

In questo, probabilmente, la mia esperienza differisce radicalmente da quella di altre persone che hanno avuto la lucidità e il coraggio di vedere e criticare dal di dentro gli aspetti negativi dell'Opus Dei, anche se credo che molte altre persone, silenziose e discrete proprio come l'Opera ci avrebbe voluto, abbiano alle spalle una storia simile alla mia.

A me sono stati necessari più di due anni, da quando ho preso dentro di me la decisione di andarmene, per ottenere la dispensa formale dall'incorporazione definitiva all'Opera. Ma ce ne sono voluti molti di più -più di dieci- per uscire dai condizionamenti mentali che la formazione dell'Opera mi ha provocato interiormente.

Me ne sono andata con la convinzione che l'Opera non potesse essere che santa e giusta, dato che contava sull'approvazione della Chiesa. L'educazione ricevuta nella mia infanzia ha pesato molto su questa mia impostazione mentale: spirito di obbedienza; diffidenza verso il proprio criterio e verso la propria capacità critica; sfiducia verso l'uso adulto e responsabile, in prima persona, della propria capacità razionale; distacco nei confronti delle normali esigenze fisiche; incapacità di decifrare i messaggi di allarme che arrivano dal proprio corpo e dalla propria psiche; irrisione delle conoscenze di base dei meccanismi psicologici, temute come minacce contro la visione soprannaturale e cristiana dell'esistenza… tutte queste cose le ho respirate nell'ambiente familiare della mia infanzia e mi sono state poi accuratamente rinforzate dalla formazione ricevuta nell'Opera. Il risultato di tutto ciò è stato che, prima di dubitare della Chiesa, di una sua istituzione, in quella situazione era normale che dubitassi piuttosto di me stessa.

Me ne sono andata pensando che ero io a non essere all'altezza. Ho dovuto lottare per perseverare nella mia richiesta di dispensa, tenere duro come non avrei mai creduto di esserne capace, ma avevo quel profondo malessere che mi ha aiutato, quella minaccia di dissolvimento interiore che mi urgeva e che mi dava forza. Non pensavo di stare combattendo una battaglia giusta e sacrosanta, stavo solo cercando di mettermi in salvo.

In questo sono stata una persona facile per l'Opera: pur nella mia mancanza di perseveranza, non ho provocato scandali, non ho criticato il sistema nel suo insieme, non ho accusato nessuno. Volevo solo essere lasciata in pace, non sentire più parlare di Opus Dei, di norme del piano di vita, del Padre, del Fondatore, di colloquio, di correzione fraterna…

In realtà ero ben lungi dall'essere moribonda, almeno spiritualmente, come mi sembrava in quel momento. In realtà la mia energia vitale, il mio attaccamento alla vita, alla salute, alla realtà, senza che io lo sospettassi lontanamente, avevano iniziato la loro riscossa. In quel periodo, a causa della forte depressione, mi succedeva spesso di immaginarmi a finire i miei giorni in un ospizio. In realtà -non potevo neppure immaginarlo- stavo iniziando un cammino di maturazione e di crescita, di lavoro su me stessa che mi avrebbe portato in un tempo lungo ma ragionevole -poco più di dieci anni- a recuperare la mia maturità, il mio equilibrio, la capacità di costruire la mia vita, di rispondere delle mie scelte, di godere dei miei piccoli, quotidiani successi.

Per questo racconto non solo della mia vita nell'Opera, ma anche degli anni che l'hanno preceduta e di quelli che sono seguiti. Quelli precedenti sono importanti per capire come è possibile che mi sia accaduto tutto questo, quelli seguenti sono importanti per capire come se ne può uscire, pure in casi come il mio in cui non si è conservata la lucidità per giudicare correttamente la realtà che si sta vivendo.

Qualche mese dopo il mio ritorno a Roma, avevo trovato un lavoro, insoddisfacente e frustrante, ma che mi dava pur sempre autonomia economica, come segretaria in uno studio medico. Dai miei due fratelli sposati, con figli piccoli e con i tipici problemi delle coppie giovani, non mi venne nessun aiuto nel crearmi una rete di amicizie e di conoscenze. Il fratellino più giovane, che all'epoca aveva tredici, quattordici anni, mal tollerava la nuova presenza in famiglia di quella sorella che non si era mai fatta viva prima di allora, e tutti i miei tentativi di farmelo amico naufragavano di fronte alla sua ostilità adolescenziale. Riuscivo a conoscere solo persone più strane e disturbate di me.

Da parte mia, a parte il tentativo di allargare le mie conoscenze ad elementi maschili, continuavo con uno stile di vita non molto dissimile da quello avuto fino ad allora. Non riuscivo a superare un pudore parossistico che mi rendeva impossibile indossare i pantaloni, accorciare qualche gonna, vestirmi in maniera più femminile ed attraente. Avevo smesso di usare il cilicio e la disciplina e finalmente dormivo su un normale materasso, ma mi era impensabile derogare dalla messa quotidiana e concedermi la lettura di libri non ortodossi, secondo i miei precedenti schemi mentali.

Eppure, anche se molto lentamente, qualcosa cominciava a muoversi. Cominciai a sperimentare il piacere di fare qualche acquisto di abbigliamento senza nessuna supervisione, di fare qualche regalo, spesso esagerato per compensare tutti quelli che non avevo mai fatto a nessuno dei miei cari, ai miei fratelli e ai miei genitori. Mi ricordo la prima volta che rimisi piede in un cinema, dove non ero più rientrata da quando mi ci avevano portata, da bambina, o qualche uscita a cena fuori con gli uomini un po' strani con cui riuscivo a far conoscenza.

Tutto questo stato di cose mi pesava dentro e non riuscivo ad elaborarlo, nonostante la terapia che, con grossi sacrifici, continuavo a permettermi. Il mio passato pesava così tanto sul mio presente che ero convinta che, se mai fossi riuscita a sposarmi, sarebbe stato solo con una persona che fosse passata per esperienze simili alle mie, con la quale avessi potuto condividere quelle esperienze senza tradire, con quelle confidenze, quell'Opus Dei alla quale mi sentivo legata da legami di una lealtà che sconfinava con l'omertà, dato che cominciavo a percepire alcune cose vissute come sbagliate, ma ancor più sbagliato mi sarebbe sembrato, allora, lavare fuori casa quei panni sporchi.

Il lavoro, alle dipendenze di un barone universitario dal carattere intrattabile, mi pesava sempre di più, ma non osavo lasciarlo perché tenevo troppo alla mia indipendenza economica, finché nell'estate dell'89, dopo quasi un anno e mezzo che lavoravo lì, mi fu offerta l'opportunità di partire per l'Armenia con un programma di cooperazione in soccorso ai terremotati.

Da quando me ne ero andata praticamente non avevo più messo piede in un centro dell'Opus Dei, salvo che presso la casa centrale di Roma, dove la mia presenza passava più inosservata per il continuo afflusso di pellegrini che vanno a pregare sulla tomba del Fondatore. Lì sono andata poche volte, all'inizio, per confessarmi, ma sapevo in partenza che le regole del gioco non prevedevano che io mi recassi liberamente presso qualche sede dell'Opera, né io ci tenevo particolarmente a girare nei paraggi. C'era però un'eccezione: con gli ex membri si rompono tutti i rapporti, almeno quelli più visibili, ma allo stesso tempo sono risorse su cui fare affidamento quando, come nel mio caso, si tratta di persone che non si pongono su un piano di conflittualità: allora capita che si proponga loro di collaborare a progetti di tipo pubblico, che non richiedono l'appartenenza all'Opera e che anzi sono pubblicizzati proprio per la capacità che l'Opus Dei così dimostra di avere di coinvolgere tutti i tipi di persone nei propri apostolati.

Avevano bisogno di persone per questo programma di cooperazione, ed io fui ben contenta di partecipare a qualcosa che somigliasse lontanamente alle attività piene di contenuti e di istanze che erano state mie in anni passati. In Armenia trascorsi sei mesi, e lì conobbi il numerario che sarebbe poi diventato mio marito. Apparteneva ancora all'Opera, ma era in grave crisi, e cominciò a corteggiarmi da subito. Io non avrei potuto non lasciarmi coinvolgere da quella corte, avevo troppo bisogno di qualcuno da amare e da cui essere amata, e questo mi fece superare tutte le difficoltà che ebbi fin dall'inizio, dato che lui, pur avendo vissuto nell'Opus Dei momenti molto difficili, non aveva ancora iniziato il suo percorso di separazione dall'Opera ed era ancora talmente impegnato nel travaglio di adeguarsi ad una nuova vita da essere incapace di investire altri sforzi ed altre risorse a costruire la nostra vita in comune.

Ho riflettuto molto, naturalmente, sul fallimento del nostro matrimonio, e so che le responsabilità sono equamente suddivise. Le mie sono state quelle di sposarlo senza essere disposta ad accettarlo per come era, con la convinzione che sarei riuscita a cambiarlo, ad adattarlo alla vita, ancorarlo alla realtà, e con la sicurezza di avere decisione, forza ed energia sufficienti per tutti e due. Solo dopo ho imparato che questo è un errore che avevano fatto prima di me molte altre donne, ma intanto il danno era fatto.

Tutto fu, sin dal primo momento, un grosso sbaglio. Nonostante tante sofferenze, continuavo a commettere errori. Le mie insicurezze mi portavano a cercare conferme fuori di me, troppo presto ancora, quando ancora non avevo completato il lavoro necessario per imparare a reggermi sulle mie gambe, a provvedere autonomamente ai miei bisogni, a dare a me stessa serenità, sicurezza, approvazione ed affetto. Ad essere autenticamente adulta, in una parola.

A 35 anni ero completamente impreparata per il matrimonio. Per me era un bisogno, non una libera scelta. Un bisogno per uscire dalla solitudine, per dare e ricevere amore, per avere un figlio, che è una necessità spesso improrogabile per una donna di quell'età, forse ancora di più nel mio caso che vedevo attorno a me solo macerie della vita passata.

Non sono stata disonesta, ma non ero ancora capace, nella mia inesperienza di vita e nel mio fare riferimento a luoghi comuni che ancora non avevo smontato, di rendermi conto della mia immaturità. La vicinanza e l'affetto di una persona bisognosa del mio aiuto, come io lo ero del suo, mi ha portato a sottovalutare difficoltà che pure avevo visto sin dal primo momento. In seguito ebbi anche l'opportunità di parlare dei miei dubbi con un sacerdote consultore della Sacra Rota, il quale mi disse che era possibile una nullità del nostro vincolo dovuta al fatto che quando lo avevamo contratto eravamo ancora entrambi in una situazione di forte immaturità psicologica e di destabilizzazione dovuta al radicale mutamento dell'orientamento delle nostre vite.

Non voglio fermarmi, per rispetto a mio marito e alla sua intimità, sui fatti concreti, in alcuni momenti veramente drammatici, che ci portarono alla separazione. Entrambi avremmo dovuto cambiare molte cose di noi stessi per riuscire a formare un'autentica coppia. Io ero disponibile a fare questo lavoro su me stessa, lui non aveva ancora maturato questa decisione per quello che lo riguardava, e comunque i tempi di evoluzione di ognuno di noi si sono rivelati estremamente diversi. Finché io ho tentato con tutti i mezzi di cambiare anche lui, il nostro matrimonio è andato avanti fra mille conflitti. Ad un certo punto ho realizzato che mi sarebbe stato impossibile cambiare mio marito se lui non avesse deciso di cambiare se stesso, e allora ci siamo separati.

A questo punto della mia storia si colloca, secondo me, l'inizio della mia uscita dall'orbita della mentalità clericale, ed in un certo senso è un debito che ho proprio con mio marito. Se avessi trovato un compagno più normale e passabilmente equilibrato, probabilmente avrei continuato, senza più essere dell'Opus Dei, a ragionare con quelle categorie mentali e a comportarmi secondo determinati modelli, come avevo fatto fino ad allora. Ma la disperazione, la destabilizzazione a cui lui, pure ancora molto legato a quella mentalità e a quei valori, mi aveva portato facendosi spesso paravento dietro a quel perbenismo e a quei pregiudizi pseudo-morali e fondamentalmente misogini nei quali avevamo continuato a riconoscerci hanno provocato un salutare corto circuito.

Dopo nemmeno otto anni dall'aver azzerato completamente il mio passato, mi ritrovavo di nuovo in piedi in mezzo alle rovine polverose della mia vita. Alla vigilia dei 40 anni, dovevo ancora una volta ricominciare da zero.

Ricostruzione

Tornai, con la consapevolezza di avere ancora bisogno di aiuto, ma prendendo stavolta una decisione in maniera completamente autonoma, a fare una psicoterapia. La persona a cui mi rivolsi non apparteneva stavolta all'ambiente dell'Opera, anzi ne era esattamente agli antipodi.

E' stato un lavoro lungo, pieno di momenti belli ma anche di altri dolorosi e difficili. La tentazione di scappare è stata, in alcuni momenti, molto forte. Mi è stato di grande aiuto, in tutti quegli anni, il proposito che mi era maturato dentro e che mi ero scritta per non perderlo di vista e per mantenermici fedele: "…voglio imparare a trovare il centro all'interno di me stessa. Voglio arrivare -pur sapendo perfettamente di avere bisogno degli altri- a riuscire a fare in modo che nessuno sia proprio indispensabile, in quella maniera che mi prende tanto spesso di sentire l'impulso invincibile, quasi coatto, e irragionevole, di trovare due orecchie fidate capaci e pronte ad ascoltare quello che mi angoscia, o mi deprime in quel momento, salvo poi soffrire molto peggio per non sentirmi adeguatamente compresa e consolata. Forse ho imparato ancora poche cose della vita, ma quelle poche me le voglio tenere ben strette. Innanzitutto, che ognuno di noi è un santuario, che nessuno se non Dio -nemmeno lo stesso interessato a volte- può sapere cosa ci sia veramente nella testa e nel cuore di un altro, e che perciò nessuno può sapere al mio posto cosa sia bene o male per me. Può aiutarmi a scoprirlo, ma non può scoprirlo o capirlo al posto mio, né tanto meno impormelo".

Il lavoro fatto con la psicoterapia è stato fondamentale. Ognuno di noi si porta dentro dei punti deboli, più o meno accentuati. La differenza sta nell'imparare a gestirli, perché eliminarli del tutto non si può. Ho imparato, a poco a poco, a distinguere le cose fattibili da quelle irrealizzabili, ad impegnarmi nelle prime senza sentirmi frustrata dalle altre; ho imparato a non manipolare gli altri, trattandoli in modo tale da potermi aspettare, in cambio, la gratitudine o la considerazione che non sempre arrivavano. Parlandone, imparando le parole per raccontarli, ho affrontato tanti momenti brutti del mio passato che continuavano a rovinarmi il presente, perché non li avevo capiti e smontati fino a renderli inoffensivi. La lezione più importante forse, è stata quella che essere adulto significa rendersi responsabile del soddisfacimento dei propri bisogni, non delegandolo ad altri ma sentendocene responsabili in prima persona. Essere adulti è imparare ad essere genitori di se stessi: esigerci, consolarci, gratificarci, coccolarci. Imparare a volersi bene e a starci simpatici.

Pian piano, cominciai a sentirmi molto meglio e persino a rifiorire come donna: il mio fisico, che fino ad allora aveva conservato le caratteristiche di una specie di acerba adolescenza, cominciò ad ammorbidirsi e ad arrotondarsi, ed io, dentro, mi ci sentivo più comoda e a mio agio.

Cambiai lavoro, e i miei nuovi colleghi, che non mi avevano conosciuto prima per la persona rigida e innaturale che ero, cominciavano a corteggiarmi e a provare interesse per me. Non era una stupida civetteria fine a se stessa, la mia. Era piuttosto il risveglio di una spontaneità mai vissuta in una persona che aveva smesso di essere bambina senza mai essere adolescente, che era passata dalla tutela opprimente dei genitori a quella più oppressiva di un'istituzione senza aver avuto il tempo di vivere le esperienze ovvie, un po' sciocche, ma fondamentali, di tutti gli adolescenti.

Con la separazione da mio marito, mi ero messa dalla parte di coloro che avevo sempre considerato sbagliati, falliti. Ero però arrivata a questo passo dopo lunghe e serie riflessioni, e tutti i ragionamenti che facevo mi portavano a concludere che questa soluzione rappresentava, almeno nel mio caso, il minore dei mali. Questa situazione, paradossalmente, mi ha portato rapidamente ad entrare in un altro rapporto con Dio. In questo sono stata anche aiutata dall'esperienza della maternità. Ormai sapevo per esperienza diretta cosa significhi avere un figlio, e quanto possano diventare imbecilli, di fronte a questa esperienza, le categorie meschine in cui rinchiudiamo l'amore di Dio verso di noi. La ragazzina scrupolosa ed ossessiva aveva saltato il fossato e aveva così scoperto che l'amore di Dio è un'altra cosa.

Da quell'esperienza, in qualche modo la mia mentalità è cambiata radicalmente. Aver imparato a volermi più bene mi ha fatto diventare più serena e tollerante con gli altri. Poco a poco ho capito che il precetto evangelico "ama il prossimo tuo come te stesso" non voglia dire che la misura minima dell'amore che dobbiamo portare agli altri deve essere il massimo dell'amore che abbiamo per noi stessi, ma che se non impariamo prima ad amare noi stessi, allora l'amore che pretendiamo di avere per gli altri non è altro che il paludamento di nevrosi e frustrazioni. Pian piano ho imparato a parlare di meno e con più calma, e a cercare meno fuori di me e più dentro di me il centro del mio equilibrio e delle mia serenità. E' rimasto qualche -sempre più raro- momento di depressione, che nonostante la mia vita fondamentalmente serena mi assale nei momenti più impensati. Io mi sento guarita dalla depressione vera e propria, e per dirla proprio tutta mi secca di essere affetta da questo strano disturbo che mi sembra abbia tanto poco a che fare con una persona entusiasta e ottimista come sono io nei miei momenti migliori, ma cerco di accettarla come una cicatrice lasciatami dalla mia vita passata. In realtà la depressione mi ha impartito lezioni importanti di compassione, di tolleranza, di non giudicare chi sembra più debole, di saper ascoltare senza voler per forza dare soluzioni.

Ho una figlia sana e serena, che sto cercando di aiutare a crescere senza remore e capace di andare al nocciolo delle questioni. Il rapporto con mio marito, passati i primi momenti burrascosi subito dopo la separazione, sta trovando serenità attorno all'obiettivo comune di rendere la nostra realtà il meno dolorosa possibile per nostra figlia. Lui lavora all'estero, e quando viene in Italia sappiamo stare insieme per dare a nostra figlia la possibilità di non dover scegliere tra i suoi due genitori. E, in definitiva, abbiamo trovato un modus vivendi abbastanza accettabile. Certo, spesso mi sento molto sola. Sono andata a vivere con mia madre subito dopo la separazione che ha coinciso con la morte di mio padre. Ho un supporto e degli affetti nella mia famiglia, e vedo mia figlia crescere in un contesto quasi normale, però sento la mancanza accanto a me di una presenza maschile con cui condividere preoccupazioni e soddisfazioni. Ma per ora va bene così.

So di avere una storia atipica e di essere stata, per un certo verso, un po' stupida. Conosco persone che, pur dentro l'Opera, hanno conservato la loro lucidità di giudizio e che se ne sono andate rendendosi conto dell'ingiustizia delle cose che succedevano là dentro. Io ci ho messo molto tempo a riacquistare il mio giudizio. Mi sono lasciata fare, collaborando attivamente, il lavaggio del cervello, ho perso, forse colpevolmente, la mia capacità di giudicare in maniera autonoma secondo coscienza. Ho fatto e lasciato fare su di me cose che adesso mi fanno spavento. Il mio corpo e la mia psiche hanno reagito prima di quanto non ci siano arrivate la mia intelligenza e la rettitudine della mia coscienza. Mi giudicano e mi giudico una persona intelligente, eppure gran parte della mia vita è stata una grande stupidaggine.

Ora, quando penso alla mia storia, mi vedo come una navicella spaziale che viaggia all'inizio lentamente per vincere la forza di gravità, ma che poi, raggiunta una soglia critica, comincia ad accelerare e a viaggiare sempre più veloce. Quando lottavo, dentro e fuori di me, per recuperare la mia libertà, persone autorevoli all'interno dell'Opus Dei mi avevano predetto che avrei rimpianto amaramente la decisione che stavo prendendo, che non avrei mai più ritrovato la pace con me stessa e con Dio, che non avrei mai più avuto serenità. Dopo più di dieci anni, senza nessun dovere di coerenza con idee preconcette, posso invece tirare le somme, e con un gran senso di appagamento e una serenità che somigliano da vicino alla felicità, constatare che la mia vita non è mai stata così equilibrata e a contatto con la realtà come lo è oggi.


Aquilina, Roma, 3 settembre 1999



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