Lettera di dimissioni di un numerario dopo 25 anni

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Por Aristotele, 8 de septiembre de 2010


Carissimo Padre,

con la presente esprimo la mia volontà, libera, ferma, definitiva, di lasciare l’Opus Dei e chiedo, pertanto, la dispensa dagli obblighi assunti con la fedeltà nel giugno 1984...

A questa determinazione giungo dopo ventiquattro anni di vita nell’Opus Dei come membro numerario e, in particolare, dopo circa sei anni da quando ho iniziato ad esercitare un’attività professionale a tempo pieno, senza incarichi specifici nell’ambito dell’Opera di san Michele e di san Raffaele, bensì solo nell’Opera di san Gabriele.

Come già ho avuto modo di riferire in una mia precedente lettera, questo cambiamento mi ha costretto a vivere in un contesto e in un ambiente che ha aggravato, in modo soverchiante, uno stato di oppressione interiore.

Da questo, ho derivato l’impulso per la ricerca di rinnovamento, che mi ha portato a questa svolta: lo compio gioiosamente, con spirito di gratitudine a Dio per il sostegno che mi fornisce in questi momenti decisivi, comprovando che un cristiano non è un uomo che vive in abbrivio, perché incapace di decidere di sé.

Nell’illustrare le ragioni di questa mia determinazione, tengo a precisare che si tratta di valutazioni che non comportano giudizi su persone concrete: a questo riguardo, posso testimoniare il sincero desiderio di servire Dio e la Chiesa, nonché il valore umano e spirituale di tanti e di tante.

Sono del tutto disamorato e lo sono da tempo.

La vera e propria ripugnanza nei confronti dell’ambiente concreto che mi accingo ad abbandonare definitivamente, che soffro come chiuso, appartato, poco interessato - generalmente - ad accogliere serenamente e operativamente istanze di rinnovamento, un po’ troppo borghese, estraneo al contesto sociale nel quale è inserito per le peculiari - seppur ragionevoli - categorie mentali che vengono inculcate, mi toglie ogni desiderio di introdurvi altre persone e di trovare in esso volontà e speranza di iniziative e di cambiamento.

È un contesto nel quale soffro una paralisi, e quindi una regressione, della vita spirituale e della maturazione umana da ormai alcuni anni, senza che alcuno abbia saputo darmene ragione e soluzioni, oltre a quanto qui illustro.

Non nego sia un contesto nel quale ci si possa sentire sorretti e protetti nel proprio cammino cristiano, a patto di essere dotati delle opportune caratteristiche e sensibilità; quest’ambiente non esaurisce, inoltre, l’ambiente dell’Opus Dei: è semplicemente quello nel quale concretamente mi troverei a vivere la restante parte della mia vita, sulla base degli elementi che posso ora ragionevolmente valutare e che nessuno mi ha mai contestato.

Il contesto di san Gabriele e la convivenza con uomini soli, di età media o avanzata, purtroppo frequentemente bloccati sul piano spirituale e intellettuale, appesantiti, sfibrati e un po’ spenti, unitamente alla modesta possibilità di intervento personale, ha stemperato molto, in me, il senso di radicalità, di gioiosa avventura, di speranza di impegnarsi nell’Opus Dei: ciò che mi ha sorretto, in questi ultimi anni, è stato solo il personale impegno nell’ambito dei rapporti professionali e familiari.

Quest’impegno è tuttavia frenato dalla remora del suddetto ambiente, che sembra sconfessare, con la propria opprimente influenza, la testimonianza di gioia e di vitalità che cerco di trasmettere: è singolare il fatto che molte persone, da ambienti diversi, frequentemente, mi abbiano esortato ad abbandonare quest’ambiente, ravvisando questo contrasto, per mettere a servizio della collettività la mia energia e vitalità in altro modo; evidentemente, pur dovendo pesare queste affermazioni, si tratta di un’impressione che, involontariamente, trasmetto alle persone che frequento.

Avendo individuato lo spunto che mi ha portato a questa situazione nell’impossibilità di un impegno apostolico, ho richiesto più volte un aiuto, come la prudenza consiglia di fare, anche nelle persone dei direttori regionali e a lei personalmente, Padre, in maniera più discreta, in occasione di un fugace incontro a Villa Tevere il 6 gennaio di quest’anno; ho inoltre atteso, senza insofferenze, tutto il tempo che mi è sembrato necessario, assumendomi tutta la responsabilità delle mie decisioni.

Ho anche esplicitato la richiesta di aiuto, pregando di chiedermi - non di propormi - un impegno diverso, in altro contesto, radicale, forte, con l’idea che ciò potesse restituirmi la speranza di un impegno apostolico che rendesse sopportabili e giustificabili, come è stato per anni prima del confinamento nel contesto di san Gabriele, le piccole e grandi sofferenze morali.

Questa mia richiesta, intesa in un primo momento come un lamento per non essere stato opportunamente “valorizzato” (termine e concetto orripilante, che mai mi è appartenuto) non è stata accolta, proprio in ragione della mia esplicita intenzione di lasciare l’Opera come soluzione più convincente; mi è stato, invero, prospettato qualche possibile incarico nel vecchio contesto, in maniera propositiva e forse un poco generica, come opportunità per ricominciare: si tratta, come si può ben capire, di altra cosa.

È una situazione di stallo, che non può essere ulteriormente trascinata.

In questo ultimo periodo ho cominciato a vivere fuori dall’ambiente dell’Opera, ed ho ritrovato tutta la positività di una vita felice e impegnata: questo è l’elemento che considero oggettivo per interpretare la volontà di Dio nei miei confronti.



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